Londra, 11 febbraio 2026 – Il governo britannico ha lanciato un netto no alle nuove misure annunciate da Israele per rafforzare il controllo sui territori occupati della Cisgiordania. In una nota pubblicata questa mattina sul sito ufficiale dell’esecutivo di Keir Starmer, Downing Street ha definito “totalmente inaccettabile” ogni tentativo unilaterale di cambiare la geografia o la composizione demografica della Palestina, ribadendo la contrarietà di Londra a qualunque iniziativa che violi il diritto internazionale.
Regno Unito contro le nuove mosse di Israele
La presa di posizione del governo britannico arriva poche ore dopo l’annuncio delle autorità israeliane di nuove restrizioni e provvedimenti amministrativi nei territori palestinesi in Cisgiordania. Secondo i media locali, le misure riguardano l’espansione degli insediamenti e un aumento dei controlli militari nelle aree già segnate da forti tensioni. “Ogni tentativo unilaterale di alterare la geografia o la demografia della Palestina è totalmente inaccettabile e viola il diritto internazionale”, si legge nel comunicato diffuso da Downing Street alle 9.30 di questa mattina.
Negli ultimi mesi, il governo britannico ha assunto una posizione più decisa sulla questione mediorientale, sottolineando la necessità di rispettare le risoluzioni delle Nazioni Unite e gli accordi internazionali. “Siamo molto preoccupati per le conseguenze di queste decisioni sulla stabilità della regione e sul futuro del processo di pace”, ha spiegato un portavoce del Foreign Office, contattato da alanews.it.
Il Regno Unito riconosce lo Stato palestinese: un passo nel contesto globale
La reazione di Londra si inserisce in un quadro più ampio. Nei mesi scorsi, il Regno Unito si è unito ad altri Paesi occidentali – come Spagna, Irlanda e Norvegia – nel riconoscere formalmente lo Stato palestinese. Una scelta che ha provocato reazioni contrastanti a Tel Aviv e ha visto il governo Starmer impegnato alle Nazioni Unite nel promuovere una soluzione diplomatica al conflitto.
Fonti diplomatiche rivelano che la decisione di condannare pubblicamente le nuove misure israeliane è maturata dopo diverse consultazioni con partner europei e americani. “Non possiamo accettare azioni che rischiano di chiudere definitivamente la porta a una soluzione a due Stati”, ha confidato un funzionario del Ministero degli Esteri britannico, evidenziando come la questione degli insediamenti sia uno degli ostacoli principali al dialogo.
Reazioni a Londra e in Europa
A Londra, la presa di posizione del governo ha trovato il sostegno delle principali organizzazioni per i diritti umani. Amnesty International UK ha parlato di “un passo necessario per ribadire il rispetto del diritto internazionale”. La Palestinian Solidarity Campaign ha invece chiesto a Downing Street di passare dalle parole ai fatti, invitando a sanzioni mirate contro i responsabili delle violazioni.
Sul versante politico, l’opposizione conservatrice ha esortato il governo a mantenere aperti i canali con Israele, evitando “facili slogan” che potrebbero irrigidire ancora di più le posizioni. “Serve equilibrio, non serve alimentare nuove tensioni”, ha detto il deputato Tory Michael Evans alla BBC, poco dopo la pubblicazione della nota ufficiale.
Il futuro del processo di pace resta incerto
Questo nuovo scontro tra Londra e Tel Aviv rischia di complicare ancora di più un quadro già fragile. Gli esperti del Chatham House avvertono che le misure israeliane potrebbero scatenare nuove proteste nei territori palestinesi e mettere in crisi gli sforzi di mediazione dell’Unione Europea, avviati nelle ultime settimane.
“Solo una ripresa del dialogo diretto può fermare una nuova escalation”, ha spiegato alla stampa l’esperto di relazioni internazionali David Owen. Ma al momento la situazione resta tesa: a Gerusalemme Est e nelle principali città della Cisgiordania la tensione è alta, mentre la comunità internazionale segue con preoccupazione gli sviluppi.
In attesa di una risposta da parte di Israele, Londra conferma la sua linea: zero tolleranza verso iniziative che possano compromettere la possibilità di due Stati e il rispetto delle regole internazionali.
