Miami, 11 febbraio 2026 – La posizione delle cellule tumorali all’interno di una massa neoplastica può influenzare il grado di aggressività del tumore. È questa la scoperta di uno studio firmato da due ricercatori italiani, Antonio Iavarone e Anna Lasorella, al Sylvester Cancer Center dell’Università di Miami, pubblicato su Cancer Cell a settembre 2025. La ricerca ha subito catturato l’attenzione della comunità scientifica internazionale e apre nuove strade per capire come i tumori crescono e si diffondono, oltre che per immaginare nuove strategie di cura.
Cellule tumorali: margherite tra piante carnivore
La copertina di Cancer Cell usa un’immagine molto suggestiva: le cellule tumorali sono raffigurate come “mazzetti di margherite appassite, circondate da piante carnivore”. Un’immagine che, come spiega Iavarone, “vuole mostrare la differenza tra gruppi di cellule ancora unite e aree dove l’identità cellulare si perde”. In pratica, i due mazzi di margherite rappresentano gruppi di cellule maligne simili tra loro, ancora riconoscibili nonostante il deterioramento. Intorno, le piante carnivore simboleggiano gli ammassi sparsi, dove le cellule perdono la loro identità e diventano più aggressive.
Iavarone, in un’intervista a Antonio Santamato per la rubrica Point of View della Fondazione Leonardo, ha sottolineato che “la posizione delle cellule nel tumore non è casuale e può influenzare la loro capacità di resistere alle terapie o di invadere i tessuti vicini”. Un aspetto che fino a poco tempo fa era stato trascurato a favore dello studio delle sole mutazioni genetiche.
Dalla forma alla cura: nuove piste per combattere il cancro
Il gruppo di Iavarone e Lasorella ha usato tecniche all’avanguardia di analisi spaziale e sequenziamento per mappare come sono disposte le cellule tumorali in diversi tipi di tumore. “Abbiamo notato – spiega Iavarone – che le cellule ai margini della massa tendono a perdere le caratteristiche del tessuto d’origine e ad attivare programmi molecolari legati all’invasività”. Insomma, stare in periferia sembra spingere le cellule a diventare più aggressive.
Questa scoperta potrebbe aprire la strada a nuove terapie. “Stiamo studiando come cambiano le cellule dopo i trattamenti”, aggiunge Iavarone. L’obiettivo è capire quali segnali possono anticipare una recidiva o una resistenza alle cure tradizionali.
Una ricerca italiana negli Stati Uniti
Questo studio nasce da una collaborazione italo-americana che vede molti ricercatori italiani lavorare all’estero su temi di frontiera. Anna Lasorella, coautrice, ricorda che “la collaborazione internazionale è fondamentale per affrontare sfide così complesse”. Al Sylvester Cancer Center il team ha potuto usare alcune delle tecnologie di imaging e analisi dati più avanzate al mondo.
Secondo le prime analisi, i risultati potrebbero valere anche per altri tumori, oltre a quelli cerebrali, al centro dello studio. “Non ci fermiamo qui – confida Iavarone – vogliamo capire se lo stesso meccanismo si trova anche in altri tipi di cancro”.
Prossimi passi e nuove speranze
I dati raccolti sono ancora in fase di studio. Il team sta cercando di capire come le cellule tumorali reagiscono ai vari trattamenti e se si può intervenire sulle zone più fragili della massa tumorale. “Solo così – spiega Iavarone – potremo pensare a terapie su misura che considerino non solo la genetica del tumore, ma anche la sua struttura interna”.
La comunità scientifica guarda con interesse a questa ricerca. Se i risultati verranno confermati, potrebbero cambiare il modo di diagnosticare e curare i tumori nei prossimi anni. Intanto, l’immagine delle margherite tra le piante carnivore resta una metafora potente: il cancro è un mosaico complesso, dove la posizione delle cellule può fare davvero la differenza.
