Un buco nero esplode: la particella impossibile che ha colpito la Terra

Un buco nero esplode: la particella impossibile che ha colpito la Terra

Un buco nero esplode: la particella impossibile che ha colpito la Terra

Giada Liguori

Febbraio 12, 2026

Milano, 12 febbraio 2026 – Nel 2023, una particella “impossibile” è stata captata dalla rete di rivelatori di neutrini KM3NeT, immersa nelle profondità del Mediterraneo. Quella scoperta ha messo in discussione tutto quello che pensavamo di sapere sulla fisica delle alte energie. Un gruppo di ricercatori dell’Università del Massachusetts ad Amherst ha pubblicato su Physical Review Letters uno studio che prova a dare una spiegazione: la particella potrebbe essere nata dall’esplosione di un buco nero primordiale, formato subito dopo il Big Bang. Se questa ipotesi fosse confermata, potrebbe aprire nuove strade per capire il mistero della materia oscura che pervade l’universo.

Un neutrino fuori dal comune e il suo enigma

Tutto è cominciato a novembre 2023, quando i sensori sottomarini della rete KM3NeT hanno intercettato un neutrino con un’energia che superava di circa 100.000 volte quella delle particelle prodotte dall’LHC del Cern di Ginevra. Un valore che ha lasciato di stucco gli esperti. “Non conosciamo fenomeni cosmici capaci di generare energie simili”, ha detto il fisico teorico John F. Cherry, uno degli autori dello studio. Fino a quel momento, si pensava a eventi come supernove o i getti dei buchi neri supermassicci, ma nessuno di questi sembrava spiegare la potenza registrata.

La pista dei buchi neri primordiali

Così, il team dell’Università del Massachusetts ha avanzato un’ipotesi diversa: la particella potrebbe provenire dall’esplosione di un buco nero primordiale. Questi buchi neri, ancora da osservare direttamente, sarebbero nati da fluttuazioni di densità nella materia caldissima dell’universo appena nato, non dal collasso di stelle giganti come i buchi neri “normali”. Secondo la teoria, possono essere molto piccoli e raggiungere temperature altissime, fino a emettere una radiazione intensa – la cosiddetta radiazione di Hawking – e infine esplodere.

“Se riuscissimo a vedere un’esplosione del genere”, spiega la ricercatrice Andrea Thamm, “potremmo mettere insieme una lista completa delle particelle subatomiche, anche quelle più elusive come quelle della materia oscura”.

Un evento raro e il nodo della materia oscura

Secondo i calcoli, queste esplosioni dovrebbero capitare circa una volta ogni dieci anni. Eppure, il rivelatore di neutrini IceCube, al Polo Sud e attivo da più di dieci anni, non ha mai registrato nulla di simile. Nessun evento con energie paragonabili a quello del 2023. Una discrepanza che ha costretto gli scienziati a rivedere i modelli.

La nuova ipotesi parla di buchi neri primordiali con una specie di “carica oscura”: una proprietà simile alla carica elettrica, ma legata a una particella più pesante dell’elettrone normale, che chiamano “elettrone oscuro”. Questa caratteristica potrebbe spiegare perché solo in certe condizioni i buchi neri rilascino particelle così energetiche.

Tra scetticismo e speranze: cosa dicono gli esperti

Lo studio ha acceso il dibattito tra gli addetti ai lavori. “È un’idea molto intrigante”, commenta Elena Aprile, docente alla Columbia University e responsabile dell’esperimento XENONnT sui rivelatori di materia oscura. “Ma serve ancora molta strada, dati e conferme prima di parlare di una vera svolta”.

Intanto, la rete KM3NeT continua a scrutare il Mediterraneo, alla ricerca di altri segnali strani. Gli scienziati sperano che, con strumenti sempre più sensibili, nei prossimi anni si riescano a raccogliere nuovi indizi su questi eventi eccezionali. Solo allora si potrà capire se davvero i buchi neri primordiali sono la chiave per svelare la natura della materia oscura e di quelle particelle “impossibili” che attraversano il nostro pianeta senza lasciare tracce visibili.

Per ora, resta il mistero. Una particella fuori scala, un lampo nel buio cosmico e una domanda che accompagna la scienza da decenni.