Orban minaccia: Spazzeremo via le pseudo organizzazioni civili e i giornalisti

Orban minaccia: Spazzeremo via le pseudo organizzazioni civili e i giornalisti

Orban minaccia: Spazzeremo via le pseudo organizzazioni civili e i giornalisti

Matteo Rigamonti

Febbraio 14, 2026

Budapest, 14 febbraio 2026 – Viktor Orbán, primo ministro ungherese, ha ribadito oggi la sua intenzione di portare avanti la battaglia contro quelle che definisce “organizzazioni pseudo-civili, giornalisti, giudici e politici comprati”, puntando tutto sulla vittoria alle prossime elezioni parlamentari di aprile. Nel suo discorso annuale sullo stato della nazione, pronunciato nel tardo pomeriggio davanti a una platea di sostenitori e membri del governo, Orbán ha parlato di un lavoro “ancora a metà” e ha promesso una nuova fase di scontro con le istituzioni europee.

Orbán rilancia la sfida a Bruxelles

Nel cuore di Budapest, tra le mura del Vigadó Concert Hall, il leader del partito Fidesz ha usato toni netti: “La macchina oppressiva di Bruxelles è ancora in funzione in Ungheria: la spazzeremo via dopo aprile”, ha affermato Orbán, ricevendo applausi e qualche slogan dai presenti. Il riferimento è chiaro: il premier ungherese accusa da tempo l’Unione Europea di voler limitare la sovranità nazionale attraverso vincoli giudiziari e finanziari. “Non ci fermeremo qui”, ha aggiunto, “la nostra missione non è finita”.

Elezioni alle porte e clima teso

Le elezioni parlamentari, fissate per il prossimo aprile, rappresentano uno snodo cruciale per il futuro politico del Paese. Orbán, al potere dal 2010, punta a consolidare la sua posizione e a rafforzare il controllo sulle istituzioni. Secondo i sondaggi diffusi dall’istituto Median la scorsa settimana, Fidesz resta in vantaggio con circa il 48% delle intenzioni di voto, mentre l’opposizione unita si attesta intorno al 38%. Un margine che, se confermato alle urne, garantirebbe al premier un nuovo mandato.

Attacco ai media e alla società civile

Nel suo intervento, durato poco meno di un’ora, Orbán ha riservato parole dure anche per i media indipendenti e le ONG. “Ci sono organizzazioni che si nascondono dietro una facciata civile ma lavorano contro gli interessi dell’Ungheria”, ha detto il premier, senza citare nomi specifici ma alludendo chiaramente a gruppi come Amnesty International e Transparency International. “I giornalisti che diffondono menzogne e i giudici che applicano leggi straniere non avranno più spazio”, ha aggiunto.

Reazioni interne e internazionali

Le parole del primo ministro hanno subito suscitato reazioni. L’opposizione, guidata da Péter Magyar, ha parlato di “retorica divisiva” e di “attacco alla democrazia”. In serata, un portavoce della Commissione Europea ha dichiarato che Bruxelles “segue con attenzione gli sviluppi politici in Ungheria” e che “il rispetto dello stato di diritto resta una priorità”. Anche alcune associazioni locali hanno espresso preoccupazione: “Queste dichiarazioni rischiano di alimentare un clima di intimidazione”, ha spiegato Anna Donáth, eurodeputata liberale.

Il nodo dei fondi europei

Sul tavolo resta la questione dei fondi europei. Da mesi, Bruxelles ha congelato parte dei finanziamenti destinati a Budapest a causa delle preoccupazioni su indipendenza della magistratura e libertà dei media. Orbán ha più volte accusato l’UE di usare i fondi come strumento di pressione politica. “Non ci piegheremo ai ricatti”, ha ribadito oggi. Secondo fonti governative, il blocco riguarda circa 13 miliardi di euro.

Un paese spaccato tra consenso e proteste

Nelle strade della capitale, nel tardo pomeriggio, piccoli gruppi di manifestanti si sono radunati vicino al Parlamento per protestare contro le politiche del governo. Cartelli con scritte come “Democrazia ora” e “Stop alla censura” sono apparsi lungo Kossuth Lajos tér. Alcuni passanti hanno commentato con scetticismo: “Qui si rischia di tornare indietro”, ha confidato un giovane studente universitario.

Prospettive incerte verso aprile

A meno di due mesi dal voto, l’Ungheria si trova davanti a un bivio. Da una parte il consenso solido raccolto da Orbán tra gli elettori più fedeli; dall’altra una società civile che fatica a trovare spazio e voce. La sfida con Bruxelles resta aperta. E solo dopo aprile – come promette il premier – si capirà quale direzione prenderà davvero il paese.