Roma, 14 febbraio 2026 – Con la fine delle risorse straordinarie del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) prevista nel 2027, gli investimenti dei gestori idrici in Italia rischiano di calare del 20%, scendendo a 83 euro per abitante se non arrivano nuovi fondi privati. Lo rivela il report della Community Valore Acqua di The European House Ambrosetti (Teha), presentato oggi a Roma durante un incontro dedicato al futuro del settore idrico dopo il Pnrr.
Investimenti idrici in calo senza fondi privati
Il report stima che nel 2026 gli investimenti pro capite nel settore idrico saranno di 87 euro: 55 euro arriveranno dalla tariffa e 32 euro dai fondi pubblici. Nel 2027, con la fine delle risorse extra, la cifra scenderà a 83 euro a persona, di cui il 72% coperto dalle tariffe (63 euro) e il 28% da soldi pubblici (23 euro). Una brusca frenata rispetto agli anni del Pnrr, quando gli investimenti avevano beneficiato di un forte sostegno statale.
Benedetta Brioschi, partner di Teha, ha chiarito che “senza un apporto importante del capitale privato il sistema idrico nazionale faticherà a mantenere il passo con gli investimenti necessari dopo il 2027”. Per Brioschi, “l’ingresso di risorse private è fondamentale per garantire la qualità, la resistenza e la sicurezza delle infrastrutture idriche”.
Tariffe in crescita, ma sotto la media europea
Nonostante il taglio dei fondi pubblici, la tariffa idrica in Italia continua a salire, anche se resta sotto la media europea. Nel 2027, secondo il report, la tariffa coprirà quasi tre quarti degli investimenti necessari. Un dato che fa riflettere operatori e consumatori. “Il problema – ha commentato un rappresentante di Utilitalia presente all’incontro – è che l’aumento delle tariffe potrebbe non bastare a colmare il vuoto lasciato dai fondi pubblici, soprattutto nelle zone più fragili del Paese”.
Il confronto con altri Paesi europei è chiaro: la media degli investimenti pro capite nell’Ue è più alta rispetto all’Italia. Tuttavia, come sottolineano gli analisti di Teha, il sistema italiano ha dimostrato una buona capacità di adattarsi negli ultimi anni, grazie anche agli incentivi del Pnrr.
Capitali privati, la chiave per la tenuta del sistema
Il report mette in luce che, con l’aiuto dei capitali privati, il settore idrico potrebbe mantenere investimenti intorno ai 100 euro pro capite (98 euro) anche dopo la fine del Pnrr. In questo scenario, i capitali privati coprirebbero fino al 18% degli investimenti totali. Una soglia, secondo gli esperti, indispensabile per continuare a intervenire su reti e impianti.
“Solo a quel punto – ha detto un tecnico del settore durante la presentazione – potremo parlare di vera resilienza delle infrastrutture idriche. Senza nuovi partner finanziari, si rischia di tornare indietro”. Le criticità principali restano le reti vecchie e le perdite d’acqua: secondo l’Istat, oltre il 40% dell’acqua immessa nelle reti si perde prima di arrivare agli utenti.
Il futuro dopo il Pnrr
La questione della sostenibilità degli investimenti resta al centro del dibattito. Gli operatori chiedono regole più chiare per attrarre capitali privati e una governance stabile. “Serve una visione a lungo termine”, ha detto ancora Brioschi, “solo così si potranno pianificare interventi strutturali e innovativi”.
Nel frattempo, le famiglie italiane seguono con attenzione l’andamento delle tariffe e la qualità del servizio. Nei prossimi mesi sono previsti nuovi tavoli tecnici tra governo, gestori e associazioni per definire le strategie post-Pnrr. La partita è aperta: in ballo c’è la sicurezza dell’acqua per milioni di cittadini e la modernizzazione di un settore cruciale per il futuro del Paese.
