Gerusalemme, 15 febbraio 2026 – Per la prima volta dal 1967, il governo israeliano ha dato il via libera all’apertura del registro dei terreni in Cisgiordania. La notizia, annunciata ieri sera e ripresa dalla tv pubblica Kan, segna un passo importante. Secondo fonti governative, l’obiettivo è mettere ordine nelle aziende agricole nate negli ultimi decenni nei territori occupati. Ma la mossa, che permette di dichiarare alcune aree della Cisgiordania come proprietà statale, ha già scatenato la reazione della Presidenza palestinese, che parla di “grave escalation” e di “palese violazione del diritto internazionale”.
Israele apre la porta alla registrazione dei terreni
La decisione, presa durante una riunione del governo guidato da Benjamin Netanyahu, permette di iniziare la registrazione catastale di terreni finora lasciati in un limbo legale. In pratica, è un sistema che – dicono funzionari israeliani – dovrebbe aiutare a mettere in regola le attività agricole già esistenti e, più in generale, rafforzare il controllo su alcune parti del territorio. “È un passo importante per la sicurezza giuridica delle nostre comunità”, ha detto un portavoce del ministero della Giustizia israeliano, senza però entrare nei dettagli su tempi e modalità.
La novità è stata accolta con favore dai coloni, che da tempo chiedevano una soluzione definitiva per le aziende sorte vicino alle linee del 1967. “Finalmente si riconosce il lavoro di chi ha reso fertili queste terre”, ha commentato Yossi Dagan, presidente del Consiglio regionale di Samaria. Ma non mancano voci più caute all’interno della maggioranza: alcuni deputati vogliono garanzie sul rispetto delle procedure e sulla trasparenza nelle assegnazioni.
La reazione palestinese: “Violazione grave del diritto internazionale”
La Presidenza palestinese ha risposto rapidamente, diffondendo una nota nella notte. “Questa decisione rappresenta una grave escalation e una palese violazione del diritto internazionale”, si legge nel comunicato firmato da Nabil Abu Rudeineh, portavoce di Ramallah. Secondo l’Autorità palestinese, l’iniziativa israeliana rischia di bloccare ogni possibilità di riprendere i negoziati e di alimentare nuove tensioni sul terreno.
Fonti vicine all’Autorità Nazionale Palestinese confermano che nelle prossime ore partiranno consultazioni con i partner arabi e le principali cancellerie europee. “Non resteremo in silenzio di fronte a questa provocazione”, ha detto un funzionario del ministero degli Esteri palestinese, sottolineando come la registrazione dei terreni possa essere il primo passo verso una vera annessione de facto della Cisgiordania.
Terreni contesi e scenari in bilico
La questione della proprietà dei terreni in Cisgiordania resta uno dei nodi più difficili del conflitto israelo-palestinese. Dal 1967, anno della Guerra dei Sei Giorni e dell’occupazione israeliana, la maggior parte delle terre agricole non è mai stata ufficialmente registrata. Ora, con questa decisione, si apre la possibilità di dare uno status legale a migliaia di ettari, molti dei quali contesi tra comunità palestinesi e insediamenti israeliani.
Gli osservatori internazionali avvertono: si rischia una nuova ondata di tensioni. “Ogni passo verso l’annessione mina la soluzione dei due Stati”, ha detto un diplomatico europeo a Gerusalemme, chiedendo di restare anonimo. Intanto, nelle prime ore di oggi, tra Nablus e Hebron si sono già registrate proteste spontanee e blocchi stradali.
Attesa per le reazioni internazionali
Finora, nessuna risposta ufficiale è arrivata da Stati Uniti o Nazioni Unite. Ma fonti diplomatiche a New York dicono che il dossier sarà al centro della prossima riunione del Consiglio di Sicurezza. Nel frattempo, a Ramallah e Betlemme, gruppi di attivisti hanno organizzato sit-in davanti alle sedi delle principali organizzazioni internazionali.
Il governo israeliano ribadisce che si tratta di un passo necessario per garantire certezze legali alle aziende agricole e ai residenti. Ma per la leadership palestinese – e per molti nella comunità internazionale – questa decisione rischia di aprire una nuova ferita in una regione già segnata da profonde divisioni politiche e sociali.
