Il primo computer programmabile della storia compie 80 anni: un viaggio nel tempo della tecnologia

Il primo computer programmabile della storia compie 80 anni: un viaggio nel tempo della tecnologia

Il primo computer programmabile della storia compie 80 anni: un viaggio nel tempo della tecnologia

Giada Liguori

Febbraio 16, 2026

Philadelphia, 16 febbraio 2026 – Ottant’anni fa, il 15 febbraio 1946, nei sotterranei dell’Università della Pennsylvania prendeva vita l’Eniac, il primo computer elettronico, digitale e programmabile della storia. Un colosso di fili e valvole, ideato da J. Presper Eckert e John Mauchly, che ha cambiato per sempre il modo di affrontare i problemi matematici. Ma dietro quella gigantesca macchina c’era anche il lavoro silenzioso di sei donne, le famose ‘Eniac Girls’, rimaste per troppo tempo nell’ombra.

Eniac: quando è iniziata la rivoluzione digitale

L’Eniac – acronimo di Electronic Numerical Integrator and Computer – è stato costruito in più di 7.200 ore di lavoro, coinvolgendo decine di tecnici e ingegneri. A stupire ancora oggi sono le sue dimensioni: 180 metri quadrati, quasi come un campo da tennis, e un peso vicino alle 30 tonnellate. Il consumo di energia era così elevato che, raccontano le cronache dell’epoca, al momento dell’accensione si verificò un blackout in tutta la zona ovest di Philadelphia. Un dettaglio che dà l’idea della portata – anche fisica – di quella rivoluzione.

Il costo? Quasi 487mila dollari, otto volte più del previsto. Nel clima del dopoguerra, questa spesa fu giustificata dalla necessità di calcolare in modo rapido le traiettorie balistiche per l’esercito americano. “Avevamo bisogno di una macchina che facesse in pochi secondi quello che a mano richiedeva giorni”, raccontò anni dopo lo stesso Eckert.

Le ‘Eniac Girls’: le programmatrici dimenticate

Se i progetti furono di Eckert e Mauchly, la vera programmazione dell’Eniac fu affidata a sei giovani donne: Fran Bilas, Jean Jennings, Ruth Lichterman, Kay McNulty, Betty Snyder e Marlyn Wescoff. Scelte tra circa 200 candidate, furono loro a trasformare i problemi matematici in istruzioni comprensibili per la macchina. “Non sapevamo nemmeno come chiamare quello che stavamo facendo”, ricordò Kay McNulty anni dopo.

Queste donne, insieme alla pioniera Ada Lovelace, sono considerate le prime programmatrici della storia. Eppure, per molto tempo il loro ruolo è stato ignorato. Solo negli ultimi decenni la comunità scientifica ha iniziato a riconoscere il loro contributo fondamentale nella storia dell’informatica.

Un gigante delicato: valvole, calore e blackout

L’Eniac funzionava grazie a 18mila valvole termoioniche, che sarebbero state sostituite dai transistor appena un anno dopo. Il calore generato era così intenso da bruciare una valvola ogni due minuti. In quasi dieci anni di attività – dal 1946 al 2 ottobre 1955 – si stima che siano state cambiate circa 19mila valvole. “Era come lavorare dentro una centrale elettrica”, ha raccontato uno dei tecnici di allora.

La manutenzione era continua. Bastava un guasto per bloccare tutto: solo allora si capiva quanto fosse fragile quel gigante elettronico. Eppure, nonostante i suoi limiti, l’Eniac portò a termine compiti che fino a quel momento sembravano impossibili.

Dalla guerra alla scienza: i tanti volti dell’Eniac

Nato per scopi militari, soprattutto per calcolare le traiettorie dei proiettili, l’Eniac venne presto usato anche in altri campi. Servì nella progettazione della bomba a idrogeno, nella gestione dei dati del censimento americano e persino per la prima previsione meteorologica al computer.

La sua versatilità sorprese gli stessi inventori. “Non ci aspettavamo che potesse servire anche alla scienza o all’economia”, ammise John Mauchly in un’intervista negli anni Sessanta. Solo col tempo si capì che quella macchina aveva aperto la strada all’informatica moderna.

Un’eredità che continua a vivere

Oggi, a ottant’anni dalla sua prima accensione, l’Eniac è ricordato come il padre dei computer moderni. Un simbolo di innovazione e di collaborazione tra scienza e società. Se le sue valvole e i suoi cavi sono ormai pezzi da museo – alcuni conservati proprio all’Università della Pennsylvania – il suo lascito resta più vivo che mai: ogni smartphone, ogni server, ogni algoritmo porta con sé un pezzo di quella storia, cominciata in un seminterrato di Philadelphia nel febbraio 1946.