Bologna, 16 febbraio 2026 – Le forme geometriche più antiche mai incise dall’Homo sapiens sono state trovate su centinaia di frammenti di guscio di uova di struzzo, rinvenuti tra Sudafrica e Namibia e risalenti a oltre 60 mila anni fa. A svelarlo è uno studio dell’Università di Bologna, pubblicato su Plos One, che apre nuovi scenari sulle capacità mentali dei nostri antenati.
Incisioni preistoriche: cosa raccontano i gusci d’uovo
A guidare la ricerca è Silvia Ferrara, docente al Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica dell’Alma Mater. Il suo team ha esaminato con metodi nuovi e precisi 112 frammenti provenienti da due siti in Sudafrica e uno in Namibia. Hanno usato strumenti di analisi geometrica e statistica mai applicati prima a questi reperti. Il risultato? Una mappa dettagliata delle linee, degli angoli e dei percorsi incisi sulle superfici. E tutto sembra lontano dall’essere casuale.
Più dell’80% delle incisioni segue schemi precisi: angoli quasi a 90 gradi, gruppi di linee parallele, motivi ripetuti. In alcuni pezzi, le incisioni sono più complesse: bande tratteggiate, reticoli, rombi. Segnali che indicano operazioni mentali come rotazioni, spostamenti e ripetizioni di segni. “Queste incisioni non sono solo ripetizioni a caso, ma mostrano una vera organizzazione e una buona conoscenza delle forme geometriche”, spiega Ferrara. “Gli autori avevano in mente l’immagine finale prima di incidere”.
Un pensiero astratto che affonda le radici nel passato
Tra gli autori c’è anche Valentina Decembrini, dottoranda e prima firmataria dello studio, che sottolinea come gli Homo sapiens di 60 mila anni fa sapessero già organizzare lo spazio secondo regole astratte. “Trasformare forme semplici in sistemi complessi, seguendo regole, è un tratto che ci rende umani”, dice Decembrini. “È un filo che attraversa tutta la nostra storia, dalle prime decorazioni ai simboli, fino alla scrittura”.
I ricercatori hanno notato nei frammenti una capacità di “embedding”, cioè la costruzione di segni a più livelli dentro la stessa superficie. Per Ferrara, questo dimostra “una sorprendente padronanza delle relazioni geometriche e una chiara pianificazione”. Non si tratta di semplici scarabocchi o segni casuali: dietro quei tratti c’è un pensiero strutturato.
Tecnologie digitali per leggere i segni del passato
Per arrivare a queste conclusioni, il gruppo ha usato strumenti digitali all’avanguardia per ricostruire le superfici e analizzare le forme geometriche. Un approccio nuovo, visto che fino a oggi questi reperti erano studiati soprattutto dal punto di vista estetico o qualitativo. “Abbiamo voluto essere rigorosi e misurabili”, spiega Ferrara, “per capire se quei segni nascondessero una logica”.
Le analisi hanno permesso di distinguere i semplici graffi dalle vere composizioni. In certi casi, le incisioni si sviluppano su più livelli, con motivi che si sovrappongono o si intrecciano seguendo schemi precisi. Un lavoro paziente, che richiede tempo, attenzione e una visione d’insieme.
Nuove chiavi per capire l’evoluzione dell’uomo
Questa scoperta cambia il modo in cui guardiamo alle capacità cognitive dell’Homo sapiens nel Paleolitico. Per gli autori, queste incisioni sono tra le prime prove della tendenza umana ad organizzare lo spazio secondo regole astratte. Un passo che ha aperto la strada all’arte, ai simboli e, molto più tardi, alla scrittura.
“Questi risultati ci mostrano che già decine di migliaia di anni fa l’uomo pensava in modo astratto”, conclude Decembrini. “È un tratto che ancora oggi ci definisce e ci unisce come specie”.
