Il sorprendente legame tra appetito e memoria nel cervello

Il sorprendente legame tra appetito e memoria nel cervello

Il sorprendente legame tra appetito e memoria nel cervello

Matteo Rigamonti

Febbraio 17, 2026

Boston, 17 febbraio 2026 – Un gruppo di ricercatori del Mass General Brigham di Boston ha scoperto, nei topi, un circuito cerebrale che mette in collegamento l’appetito con i ricordi. Un passo importante per capire meglio come funzionano le preferenze alimentari e quali meccanismi potrebbero essere alla base di disturbi come l’obesità. Lo studio, uscito sulla rivista Neuron, apre la strada a nuove terapie mirate, spiegano gli autori.

Memoria e fame: un legame nascosto nei topi

La ricerca, guidata da Amar Sahay, ha individuato una particolare popolazione di neuroni che trasmette segnali dall’ippocampo – la zona del cervello che immagazzina i ricordi – all’ipotalamo, responsabile del controllo della fame. Questi neuroni producono una molecola chiamata prodinorfina, che a sua volta genera sostanze oppioidi come la dinorfina. Questi composti sono noti per il loro ruolo nella gestione del dolore e nel circuito della gratificazione.

Durante gli esperimenti, i ricercatori hanno agito direttamente su queste cellule per vedere come cambia il comportamento alimentare dei topi. “Abbiamo spento questi neuroni o bloccato la produzione di prodinorfina”, racconta Travis Goode, primo autore dello studio. “In queste condizioni, gli animali avevano un appetito molto più alto, anche in ambienti nuovi dove di solito sarebbero più guardinghi”. Al contrario, attivando i neuroni, i topi mangiavano meno, anche in un ambiente familiare.

Cosa significa per l’obesità e i disturbi alimentari

Questa scoperta fa pensare che un malfunzionamento di questo circuito cerebrale possa contribuire ad alcuni disturbi dell’alimentazione, compresa l’obesità. “Se la produzione di dinorfina o i circuiti che la usano non funzionano come dovrebbero, possono insorgere problemi alimentari”, spiega Goode. Secondo Sahay, capire meglio questo meccanismo potrebbe aiutare a spiegare condizioni come il binge eating, dove la perdita di controllo sull’alimentazione è legata spesso all’ambiente o allo stato emotivo.

Il legame tra memoria e fame è stato finora poco studiato. “Solo ora ci rendiamo conto di quanto le esperienze passate influenzino quello che scegliamo di mangiare oggi”, aggiunge Sahay. Agire su questi neuroni potrebbe aprire nuove strade per terapie mirate: farmaci o tecniche di stimolazione cerebrale che, in futuro, potrebbero supportare chi soffre di disturbi alimentari resistenti ai trattamenti tradizionali.

Quali sono i limiti e le prospettive

Per ora, i risultati valgono solo per i modelli animali. Gli autori avvertono che servono altri studi per capire se lo stesso circuito esiste e funziona allo stesso modo anche nell’uomo. Tuttavia, la presenza di molecole simili e di strutture cerebrali analoghe fa pensare che il meccanismo sia conservato anche nella nostra specie.

Questa ricerca si inserisce in un filone più ampio che studia il ruolo dei neurotrasmettitori oppioidi nella regolazione della fame e delle emozioni. In passato, altre sostanze simili erano già state collegate a comportamenti alimentari compulsivi. Ora l’attenzione si sposta su come i ricordi – belli o brutti – possano influenzare la fame attraverso un circuito preciso.

La strada verso terapie su misura

“Questi risultati ci mostrano che agire su certi neuroni può aiutare a ristabilire l’equilibrio tra memoria e alimentazione”, conclude Sahay. In futuro, questa scoperta potrebbe portare a trattamenti più personalizzati per chi soffre di disturbi alimentari, con un approccio più efficace rispetto alle terapie oggi disponibili.

Per ora, il lavoro del team del Mass General Brigham è un passo avanti nella comprensione di come il cervello regola il rapporto tra cibo e ricordo. Un tema che riguarda milioni di persone e che solo ora comincia a svelare i suoi segreti più nascosti.