Scoprire nel sangue le chiavi della risposta ai farmaci per la schizofrenia

Scoprire nel sangue le chiavi della risposta ai farmaci per la schizofrenia

Scoprire nel sangue le chiavi della risposta ai farmaci per la schizofrenia

Matteo Rigamonti

Febbraio 17, 2026

Napoli, 17 febbraio 2026 – Nel sangue dei pazienti con schizofrenia sono stati trovati marcatori molecolari capaci di distinguere chi risponde ai farmaci antipsicotici da chi invece resta resistente alle terapie. A svelarlo è uno studio tutto italiano, firmato dal Ceinge Biotecnologie Avanzate “Franco Salvatore” di Napoli insieme alle Università di Salerno, “Federico II” di Napoli e Campania “Luigi Vanvitelli” di Caserta. La ricerca, pubblicata su Translational Psychiatry, apre nuove strade per una diagnosi più rapida e cure su misura.

Schizofrenia e farmaci: il nodo della resistenza

La schizofrenia è uno dei disturbi psichiatrici più difficili da gestire, con pesanti conseguenze sulla vita delle persone e un grande impatto sul sistema sanitario. I dati raccolti dai centri coinvolti mostrano che circa il 30% dei pazienti non risponde ai normali farmaci antipsicotici. Un problema serio, perché chi non risponde finisce spesso per accumulare trattamenti diversi, senza risultati soddisfacenti.

“Abbiamo fatto analisi combinate usando la risonanza magnetica nucleare e tecniche chimiche”, spiega Alessandro Usiello, direttore del Laboratorio di Neuroscienze traslazionali del Ceinge e professore di Biochimica clinica all’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”. “Nel sangue di chi ha una schizofrenia resistente ai farmaci abbiamo trovato differenze nel siero rispetto a chi invece risponde alle terapie”.

Il cuore dello studio: campioni di sangue e nuove scoperte

Il lavoro, svolto tra Napoli, Salerno e Caserta, si è concentrato sull’analisi del sangue di persone con schizofrenia farmacoresistente. I ricercatori hanno notato cambiamenti nel metabolismo, che potrebbero spiegare le diverse forme della malattia. “Serve ancora conferma su altri gruppi di pazienti”, precisa Usiello, “ma questi risultati aprono la strada a una psichiatria più su misura”.

Andrea de Bartolomeis, professore di Psichiatria alla Federico II e co-coordinatore dello studio, sottolinea: “La resistenza ai farmaci pesa molto sulle capacità cognitive e sulla vita quotidiana dei pazienti, che spesso si ritrovano a seguire terapie multiple e non sempre efficaci”. Un problema reale, che porta spesso a un peggioramento della qualità di vita e a complicazioni cliniche.

Verso una psichiatria su misura

Francesco Errico, associato di Biochimica alla Federico II e tra gli autori, avverte che i risultati sono solo un punto di partenza. “Dobbiamo replicarli su altri gruppi di pazienti”, dice. “Potrebbero però essere un primo passo per capire meglio e intervenire prima nella schizofrenia resistente”. L’obiettivo è studiare anche le differenze genetiche dietro questi segnali, per arrivare a una vera psichiatria personalizzata.

Il gruppo già prepara nuovi studi per capire meglio il legame tra questi marcatori e le diverse risposte ai farmaci. Solo allora, spiegano, si potrà pensare a test in grado di guidare le scelte terapeutiche fin dall’inizio.

Cosa cambia per medici e pazienti

Riuscire a distinguere presto le forme di schizofrenia resistenti ai farmaci potrebbe rivoluzionare il modo di curare la malattia. Oggi, infatti, la diagnosi arriva spesso dopo anni di tentativi senza successo. Un percorso faticoso per i pazienti e le loro famiglie. “Se sapessimo subito chi non risponderà ai farmaci tradizionali”, confida uno degli psichiatri coinvolti, “potremmo evitare trattamenti inutili e scegliere subito strade diverse”.

Le prime stime dicono che test basati su questi marcatori molecolari potrebbero accorciare i tempi della diagnosi e migliorare la qualità dell’assistenza. Un vantaggio non solo per la salute, ma anche per i costi che la schizofrenia impone al sistema sanitario.

I prossimi passi della ricerca

Il team campano ora punta a collaborazioni internazionali per confermare i risultati su scala più ampia. La speranza, condivisa da tutti gli esperti, è che questa scoperta segni l’inizio di una nuova era nella cura della schizofrenia. Un’era in cui la medicina personalizzata non resti più un sogno, ma diventi realtà per migliaia di persone.