Roma, 22 febbraio 2026 – Il cervello umano non tiene sempre il tempo come un orologio preciso. Quando i suoi “timer” interni si inceppano, la mente trova un modo per cavarsela: trasforma il tempo in spazio. Lo dimostra uno studio guidato dall’Università Sapienza di Roma, pubblicato su NeuroImage, con la collaborazione della Fondazione Santa Lucia e dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR. Il gruppo di ricerca, capitanato da Fabrizio Doricchi, ha spiegato che non si tratta di un meccanismo automatico, ma di una soluzione che scatta solo quando serve davvero.
Quando il cervello scambia il tempo con lo spazio
I ricercatori romani hanno scoperto che la rappresentazione spaziale del tempo – quei gesti che vanno da sinistra a destra o da dietro in avanti per indicare passato e futuro – non è sempre attiva. “Si accende solo quando il cervello fa fatica a capire quanto dura qualcosa”, racconta Doricchi. Di solito, invece, il cervello distingue in un lampo tra stimoli brevi e lunghi, senza bisogno di usare il “luogo”.
Per arrivare a queste conclusioni, i volontari hanno partecipato a un esperimento con l’elettroencefalografia (EEG). Dovevano schiacciare un pulsante a destra o a sinistra a seconda della durata di luci o segnali visivi. Solo quando la valutazione del tempo era incerta, si vedeva chiaramente che associavano stimoli brevi alla sinistra e quelli lunghi alla destra. Un dettaglio che conferma come il cervello si appoggi allo spazio per compensare.
Il tempo che parla come noi
Questa scoperta fa luce su frasi di tutti i giorni come “lasciarsi il passato alle spalle” o “guardare avanti”, che usano il tempo come metafora dello spazio. Finora si pensava che fosse un processo sempre attivo nel cervello, ma lo studio romano ribalta l’idea. “Non è un automatismo fisso”, spiega Doricchi, “ma una risorsa che il cervello tira fuori solo quando serve”.
Il lavoro, pubblicato su una delle riviste più importanti nel campo delle neuroscienze, ha coinvolto anche la Fondazione Santa Lucia IRCCS e l’Istituto del CNR. Gli autori precisano che questa strategia emerge soprattutto quando gli “orologi cerebrali” – i meccanismi interni che regolano la percezione del tempo – iniziano a perdere colpi.
Cosa cambia per la ricerca e la medicina
Le conseguenze dello studio sono importanti sia per capire come funziona la mente, sia per aiutare chi ha problemi neurologici. “Sapere che la rappresentazione spaziale del tempo serve a compensare può far luce su alcuni disturbi”, spiega un ricercatore della Fondazione Santa Lucia. Per esempio, in casi di afasia o danni cerebrali, dove la percezione del tempo è alterata, si potrebbe interpretare meglio cosa succede.
Il team romano non si ferma qui: “Stiamo già lavorando a nuovi esperimenti per vedere se questa strategia scatta anche in altre situazioni di confusione mentale”, anticipa Doricchi. L’idea è capire se il cervello usa lo spazio come una “stampella” anche per altre informazioni, non solo per il tempo.
Nuovi orizzonti per capire la mente
In sintesi, lo studio italiano offre uno sguardo nuovo su come funziona la mente. La tendenza a “spostare” il tempo nello spazio non è un’abitudine fissa, ma una risposta ad un problema temporaneo degli orologi interni. Un dettaglio che, come spesso succede nella scienza, apre molte domande: quante volte usiamo queste strategie senza accorgercene? E in quali altri modi la mente trova soluzioni creative per superare i suoi limiti?
Per ora, gli autori invitano a procedere con calma. “Abbiamo aperto una strada nuova”, conclude Doricchi. Solo con il tempo – e altre ricerche – capiremo davvero come il cervello misura il tempo.
