Trent’anni di storia: il primo viaggio nello spazio di due italiani insieme

Trent'anni di storia: il primo viaggio nello spazio di due italiani insieme

Trent'anni di storia: il primo viaggio nello spazio di due italiani insieme

Giada Liguori

Febbraio 22, 2026

Roma, 22 febbraio 2026 – Sono passati trent’anni da quel 22 febbraio 1996, quando per la prima volta due italiani volarono nello spazio insieme: Umberto Guidoni e Maurizio Cheli, a bordo dello Space Shuttle Columbia, nella missione STS-75, accompagnati da quattro astronauti americani e un europeo. Un momento che ancora oggi entrambi ricordano come una tappa fondamentale, non solo per le loro carriere, ma anche per la storia dell’esplorazione spaziale italiana.

Il lancio che non si dimentica

Guidoni aveva 42 anni, Cheli 37, ed era il primo viaggio per entrambi. “Era il mio primo volo. Ricordo benissimo quando si sono accesi i motori e siamo partiti: ti prepari per anni a quel momento e poi, dopo i simulatori, ti rendi conto che finalmente è tutto vero”, ha raccontato Guidoni all’ANSA. Bastano solo otto minuti – ha aggiunto – e ti ritrovi in orbita, senza peso, con la Terra che si apre sotto di te. “Vederla così, dal vivo, ti resta nel cuore”.

Anche Cheli, oggi pilota collaudatore e imprenditore, ha ricordato la stessa emozione: “Il lancio è stato un mix di eccitazione e adrenalina: era l’inizio della missione e la fine della lunga preparazione. Passare dalla simulazione alla realtà è un salto enorme”. Quel momento resta per lui il ricordo più vivido: “La velocità, i colori, il cielo che da blu diventa nero all’improvviso. E poi, una volta in orbita, vedere la Terra da una prospettiva nuova, un blu intenso nel nero dello spazio. È come se fosse ieri”.

Il satellite al guinzaglio: un sogno tutto italiano

La missione STS-75 aveva un obiettivo ambizioso: mettere alla prova il Tethered Satellite System, il cosiddetto “satellite al guinzaglio”, un’idea nata dall’italiano Giuseppe Colombo. L’esperimento consisteva nel far srotolare un cavo lungo 20 chilometri, collegato a un satellite, per verificare se si poteva generare energia elettrica grazie al campo magnetico terrestre. Una specie di dinamo nello spazio.

“Era una missione davvero speciale”, ha spiegato Guidoni. “Nessuno aveva mai fatto un esperimento così grande. Srotolare quel filo era complicato e io ero responsabile delle operazioni”. La procedura richiedeva grande attenzione: Guidoni ha seguito la prima parte, poi è toccato a Cheli, che era nel suo stesso turno di lavoro.

Il cavo che si spezza: delusione e qualche sorriso

Al risveglio, la sorpresa amara. Il cavo si era spezzato. “Ho visto le facce dei colleghi e all’inizio pensavo a uno scherzo, ma poi mi sono girato e il filo non c’era più”, ha raccontato Guidoni. Cheli ha commentato con ironia: “L’unica cosa buona è che non abbiamo visto in diretta il momento in cui si è rotto”. L’atmosfera a bordo si è fatta pesante; poco prima della conferenza stampa, dal centro di controllo è arrivato un messaggio semplice ma chiaro: “Please, smile”.

Nonostante tutto, l’esperimento ha comunque dato risultati importanti. “Avremmo voluto riportare il satellite a casa, ma i dati li avevamo raccolti e la teoria alla base dell’esperimento è stata confermata”, ha sottolineato Cheli.

L’eredità italiana nello spazio

L’impresa di Guidoni e Cheli ha segnato una svolta per l’Italia nello spazio. Da allora la nostra presenza nelle missioni internazionali è cresciuta senza sosta. L’esperimento Tethered, nonostante il cavo spezzato, ha dimostrato la validità delle intuizioni di Colombo e aperto nuove strade per studiare l’energia nello spazio.

Oggi, a trent’anni da quel lancio dal Kennedy Space Center in Florida (erano le 21:18 ora italiana), i due astronauti guardano a quei giorni con orgoglio e un pizzico di nostalgia. “Quando vedi la Terra da lassù – ha detto Guidoni – capisci davvero quanto sia fragile e preziosa”. Cheli ha chiuso così: “È un’esperienza che ti cambia per sempre”.

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