Milano, 24 febbraio 2026 – Più di sei lavoratori su dieci in Italia si dicono motivati nel proprio lavoro, ma resta una grande distanza tra come manager e dipendenti vedono il ruolo della motivazione. A emergere è uno studio di LHH Italia, società del Gruppo Adecco specializzata in consulenza HR, che ha coinvolto oltre 2.900 lavoratori di diversi settori ed età. L’indagine, diffusa in questi giorni, disegna un quadro chiaro: la motivazione nasce da elementi concreti – stipendio, rapporti umani, riconoscimenti – mentre la leadership aziendale fatica a essere percepita come davvero coinvolgente.
Motivazione al lavoro: cosa dicono i numeri
Secondo il sondaggio di LHH, il 65% dei lavoratori si sente motivato: il 36% si definisce “abbastanza motivato”, mentre un altro 29% si sente “molto coinvolto” nelle proprie attività quotidiane. Un dato che sorprende, soprattutto se si pensa alle difficoltà del mercato e ai cambiamenti che il lavoro ha subito negli ultimi anni. Ma dietro questa apparente soddisfazione si nasconde un divario netto: il 90% dei manager si considera un punto di riferimento per la motivazione, ma solo il 16% dei dipendenti la pensa allo stesso modo. “Dalla nostra indagine emerge un dato chiaro: la motivazione si costruisce con uno stipendio giusto, buoni rapporti e riconoscimenti reali”, spiega Luca Semeraro, amministratore delegato di LHH Italia.
Le leve che fanno davvero la differenza
Quando si chiede ai lavoratori cosa li spinge a dare il massimo, la risposta è netta: uno stipendio adeguato (49%) viene prima di tutto, seguito dalla passione per il proprio lavoro (40%) e da un ambiente sereno tra colleghi (40%). Più indietro ci sono altre motivazioni, come la possibilità di crescere professionalmente (25%) o un buon equilibrio tra lavoro e vita privata (23%). Solo pochi menzionano la solidità dell’azienda (6%), la strategia aziendale (2%) o i valori condivisi (2%) come fattori motivanti. “Le aziende spesso puntano sulla leadership e sui valori, ma i lavoratori vogliono soprattutto riconoscimenti concreti”, sottolinea Semeraro.
Demotivazione: il nodo del salario e dei rapporti
Le ragioni della demotivazione confermano questo quadro: quasi la metà degli intervistati (47%) indica uno stipendio che non basta come primo motivo per perdere entusiasmo. Seguono un clima difficile con i colleghi (36%) e la mancanza di riconoscimento per il proprio impegno (31%). Altri aspetti come una leadership debole (11%), l’incertezza dell’azienda (11%) o la poca chiarezza sugli obiettivi (5%) pesano meno di quanto si pensa. E quando si chiede cosa potrebbe far tornare la voglia di fare, il 63% punta su “bonus o premi in denaro”, mentre formazione e affiancamento ottengono il 37%, un ambiente più collaborativo il 35% e percorsi di carriera chiari il 31%.
A chi si rivolgono i lavoratori quando si sentono giù
Un altro dato interessante riguarda come i lavoratori affrontano i momenti di calo motivazionale. Il 27% ne parla con i colleghi più stretti, il 17% con il proprio capo diretto; il 22% invece preferisce tenersi tutto dentro e non parlarne con nessuno. Solo una minoranza si rivolge ai vertici aziendali (13%) o al reparto Risorse Umane (3%). Ci sono differenze anche tra le generazioni: i più giovani tendono a confidarsi tra pari, mentre manager e dirigenti scelgono canali più formali. Gli impiegati spesso preferiscono non esporsi o discutere solo con chi lavora al loro fianco.
Leadership e senso di appartenenza: due facce della stessa medaglia
Il ruolo della leadership resta un tema caldo. Se più del 90% dei manager si vede come un punto di riferimento per motivare il team, solo il 16% dei lavoratori riconosce questa qualità al proprio capo. Il 52% lo giudica poco o per niente efficace in questo compito. Sul senso di appartenenza, gli intervistati dicono che dovrebbe essere rafforzato da tutti: colleghi (55%), vertici aziendali (54%), capi diretti (48%). Ma il 53% sostiene che nella propria azienda non ci sono attività strutturate per aumentare il coinvolgimento; quando ci sono, spesso si tratta di eventi sporadici o workshop occasionali.
Motivazione: un percorso ancora tutto da fare
Il quadro che emerge dallo studio di LHH è quello di un mondo del lavoro dove la motivazione è importante ma ancora fragile. Le aziende investono in leadership e valori, ma i lavoratori chiedono soprattutto strumenti concreti – uno stipendio giusto, riconoscimenti, opportunità di crescita – per sentirsi parte di qualcosa di vero. E se tre quarti degli intervistati dichiarano di voler motivare gli altri, forse solo così – davvero – si potrà colmare il divario tra manager e dipendenti.
