Roma, 25 febbraio 2026 – Finanziamenti sicuri e calendario dei bandi chiaro: queste sono le novità più importanti del Piano triennale della ricerca, appena approvato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con il decreto firmato dalla ministra Anna Maria Bernini. Dal 2026 al 2028, il settore potrà contare su 1,2 miliardi di euro, una cifra che, secondo la ministra, segna “una svolta rispetto al passato”, quando la ricerca pubblica italiana spesso ha dovuto fare i conti con incertezza nei tempi e nelle risorse.
Un Fondo unico per la programmazione della ricerca
Il decreto crea al Mur il Fondo per la Programmazione della Ricerca (Fpr), che riunisce cinque strumenti di finanziamento: il First, il Fisr, il Fis, il Fisa e il Fres. A questi si aggiungono i Progetti di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (Prin) e la partecipazione ai partenariati europei. Ora il calendario dei bandi è fissato: gli avvisi usciranno entro il 30 aprile di ogni anno, con i risultati attesi entro il 30 settembre. Un dettaglio che, secondo molti rettori e presidenti di enti, “fa davvero la differenza”.
Più risorse, più concorrenza
Il finanziamento totale per il triennio 2026-2028 prevede 259 milioni nel 2026, 257,6 nel 2027 e 285,7 nel 2028. Per il triennio successivo, la cifra sale a oltre 2 miliardi. A queste somme si aggiungono i fondi per i Prin: 150 milioni l’anno, ma già nel 2026 lo stanziamento supera i 270 milioni. In tutto, le risorse disponibili saranno oltre 409 milioni nel 2026, più di 407 milioni nel 2027 e circa 435 milioni nel 2028. I fondi saranno assegnati tramite bandi competitivi basati sul merito scientifico e su standard internazionali di peer review.
Enti e università: “Un passo atteso da tempo”
“Il decreto segna un passaggio cruciale e molto atteso per la ricerca pubblica italiana”, ha commentato Antonio Zoccoli, presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e della Consulta dei Presidenti degli Enti di Ricerca. Zoccoli sottolinea come ora “università ed enti potranno contare su bandi con scadenze certe, linee di finanziamento diverse e un budget stabile fino al 2031”. Tra le novità, l’arrivo dei Prin Hybrid e dei Synergy Grant, strumenti pensati per rafforzare la multidisciplinarietà e l’innovazione, “specialmente in settori strategici come il calcolo e le tecnologie quantistiche”.
Stabilità e prospettiva a lungo termine
Dal mondo della geofisica arriva un giudizio altrettanto positivo. “Dopo anni di discontinuità e frammentazione, la programmazione triennale e il fondo unico portano finalmente stabilità e trasparenza”, ha spiegato Fabio Florindo, presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia. L’Ingv accoglie con favore la riforma, sottolineando l’importanza strategica delle scienze della Terra per la sicurezza e la competitività del Paese.
Cnr: più attenzione alla ricerca e al personale
Anche il Consiglio nazionale delle ricerche applaude. Il presidente Andrea Lenzi parla di “una valorizzazione della ricerca e di chi ci lavora”, grazie a un fondo unico strutturale e risorse decise in anticipo. “I Prin, già dal 2026, potranno contare su oltre 270 milioni di euro, quasi il doppio rispetto al passato”, ha detto Lenzi. L’introduzione dei Prin Hybrid potrà dare ulteriore impulso al sistema Cnr, spingendo la ricerca verso un’integrazione più forte tra discipline.
Astronomia: una visione triennale per progetti a lungo termine
“Il respiro triennale del Piano si adatta perfettamente alle esigenze dell’astronomia”, ha osservato Roberto Ragazzoni, presidente dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. Progetti come le missioni spaziali richiedono una visione che va oltre l’immediato, creatività e idee fuori dagli schemi. L’Inaf – ha concluso Ragazzoni – non è nuovo a percorsi non convenzionali che spesso aprono nuove strade nella ricerca.
Università: investire sulle persone e sull’innovazione
Per la presidente della Conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), Laura Ramaciotti, il Piano è “un passo importante per il sistema universitario e scientifico italiano”. La dotazione dei Prin supera i 270 milioni già nel 2026, mentre i nuovi strumenti favoriscono la multidisciplinarietà e la collaborazione con il mondo produttivo. “Questa impostazione rafforza il capitale umano, sostiene l’innovazione e premia il merito scientifico”, ha sottolineato Ramaciotti.
Il settore della ricerca pubblica italiana si prepara così a una fase di maggiore stabilità e programmazione. Solo allora – dicono in molti – si potrà davvero competere sul piano europeo e globale.
