Napoli, 26 febbraio 2026 – Antonio Caliendo, 39 anni, papà di Domenico, il bambino morto dopo un trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli, rompe il silenzio. È la prima volta che racconta il dramma vissuto dalla sua famiglia. La sua voce è ferma, ma tradisce la stanchezza e la rabbia. Nel frattempo, la magistratura indaga sulle responsabilità di quell’intervento che ha cambiato per sempre le loro vite.
Il silenzio dei medici che ha acceso il sospetto
«Ho capito che qualcosa era andato storto quando i medici sono spariti», dice Antonio, seduto nel soggiorno della sua casa a Nola, dove ogni cosa sembra ancora parlare di Domenico. Era subito dopo Capodanno, racconta, quando i camici bianchi sono diventati un ricordo sempre più lontano. «Non è venuto più nessuno a dirci nulla, era finita, ma noi non lo sapevamo ancora», ricorda. Un silenzio che, ora, suona come un brutto segno.
Nel suo racconto torna spesso il nome del professor Oppido, capo dell’équipe chirurgica. «Adesso non voglio neanche vederlo da lontano», confessa Antonio, che lascia alla magistratura il compito di fare chiarezza. «Preferisco evitarlo», aggiunge, mentre la tensione accumulata in settimane di attesa e dolore emerge con forza.
Un doppio colpo in 24 ore
La storia di Domenico si intreccia con un altro dolore: la morte del nonno, anche lui Antonio, proprio la mattina del primo ricovero del bambino al Monaldi, tra il 22 e il 23 dicembre 2025. «In ventiquattro ore mi è crollato il mondo addosso», racconta Caliendo. Domenico soffriva di una cardiomiopatia dilatativa, una diagnosi arrivata come un fulmine a ciel sereno. «Speravo che potesse vivere sereno, invece…», sospira. Eppure, la famiglia aveva riposto fiducia nei medici dell’ospedale napoletano: «Non sono tutti cattivi lì dentro, ci sono tanti dottori bravi che ci hanno sostenuto, anche le infermiere sono sempre state vicine a Domenico».
Il viaggio verso il trapianto e quel presentimento
C’è un dettaglio che Antonio non riesce a togliersi dalla mente: le foto del frigobar usato per portare il cuore da Bolzano a Napoli. La sera del 22 dicembre, quando è stato trovato un cuore compatibile per Domenico, Antonio era vicino alla macchinetta delle bibite con il figlio e l’amico Lello. «Ho detto a Lello: sento qualcosa di strano, andiamo via, porto mio figlio a casa!», ricorda. L’amico lo ha rassicurato: “Ma dai, Antò, da domani per lui inizia una vita nuova”. Ma lui pensava solo ai giochi fatti insieme sul lettone di casa. Un presentimento che non riesce a spiegare.
Indagini in corso tra Napoli e Bolzano
Intanto l’inchiesta si allarga. Gli ispettori del Ministero sono arrivati anche all’ospedale di Bolzano, da dove è stato prelevato il cuore per Domenico. Le prime ricostruzioni lasciano aperta la possibilità di responsabilità diverse tra i due ospedali. La madre di Domenico ha consegnato un nuovo audio in procura; i medici di Bolzano contestano apertamente le scelte dei colleghi napoletani. Il clima è teso: «Sarà la magistratura a mettere tutto in chiaro», sottolinea Antonio.
Domenico, il ricordo di un bambino vivace e la nascita di una Fondazione
Antonio descrive Domenico come «un bambino sveglio, molto vivace». Ogni mattina alle 6.15 si svegliava per salutare il papà prima che partisse per il cantiere; la sera, appena sentiva il motorino, correva al balcone a chiamare: “pa-pà”. Scene semplici, di vita quotidiana, che oggi pesano come macigni.
Antonio sorride appena quando racconta che Domenico «somigliava a me, mica alla mamma». Era nato grande e forte – più di tre chili – ma la malattia lo aveva reso fragile. «Patrizia è piccolina, io sono grande e grosso. Però il gigante è lei. Senza di lei oggi sarei già morto», confida.
Insieme all’avvocato Francesco Petruzzi, la famiglia Caliendo sta lavorando per creare una Fondazione dedicata a Domenico: «Servirà ad aiutare i bambini malati. I bambini sono innocenti, non hanno colpe». Un modo per dare un senso al dolore e provare a cambiare qualcosa.
Sabato mattina, poco prima della fine, Antonio ha sussurrato al figlio: «Mi mancherai, ma io sono come te, un combattente. E avrai giustizia». Un impegno che oggi suona come una promessa solenne.
