La Cgil e il mistero del Tfr negato: due anni di battaglie legali senza soluzione

La Cgil e il mistero del Tfr negato: due anni di battaglie legali senza soluzione

La Cgil e il mistero del Tfr negato: due anni di battaglie legali senza soluzione

Matteo Rigamonti

Febbraio 26, 2026

Roma, 26 febbraio 2026 – Per due anni la Cgil ha negato il pagamento del Tfr a un suo ex dipendente, nonostante diverse sentenze a favore del lavoratore. Solo dopo il pignoramento dei conti correnti del sindacato, disposto dal tribunale di Roma, la vicenda ha preso una piega concreta. Una storia fatta di ricorsi e sentenze che mette in luce le difficoltà anche all’interno delle grandi organizzazioni sindacali nel rispettare le decisioni della magistratura.

Cgil contro l’ex dirigente: una battaglia lunga anni

Tutto comincia nel 2015, quando Stefano O., ex dirigente della Cgil, va in pensione dopo una carriera iniziata nel turismo a Milano e proseguita a Roma, dove ha guidato l’ufficio legislativo del sindacato. Ma al momento di lasciare il lavoro, il sindacato non gli riconosce il trattamento di fine rapporto. Da qui parte una lunga battaglia legale.

Nel 2016, il giudice di pace Margherita Leone dà ragione a Stefano O., condannando la Cgil a pagargli 52mila euro più 700 euro di spese legali. Ma la Cgil non molla: fa ricorso e in primo grado ottiene una sentenza favorevole che ribalta tutto. Stavolta è Stefano O. a dover pagare 7mila euro di spese legali. Una situazione che, raccontano chi ha seguito il caso, ha lasciato l’ex dirigente “sconcertato e amareggiato”.

La svolta arriva in appello, la Cassazione conferma

Solo con l’appello, nel 2018, la Corte d’Appello dà ragione a Stefano O. e ordina alla Cgil di pagare il Tfr. In quel periodo, Maurizio Landini è da poco segretario generale del sindacato. Ma la Cgil fa un ultimo tentativo e porta la sentenza in Cassazione.

Il 12 dicembre 2023, la sezione Lavoro della Cassazione, presieduta dal giudice Fabrizia Garri, conferma la decisione: il sindacato deve versare circa 92mila euro a Stefano O. Una sentenza chiara, sei pagine di motivazioni, che secondo fonti vicine al lavoratore avrebbe dovuto chiudere definitivamente la questione.

Il pagamento che non arriva e il pignoramento

Eppure, nei due anni successivi alla sentenza d’appello e fino a quella della Cassazione, la Cgil non paga. Senza risposte, Stefano O. si rivolge al tribunale per ottenere un decreto ingiuntivo. Così interviene il giudice Alessandro Cento della terza sezione civile del tribunale di Roma.

Il 30 settembre scorso, il giudice ordina il sequestro di 190.145,61 euro dal conto corrente della Cgil Nazionale presso il Monte dei Paschi di Siena, intestato alla sede centrale di Corso Italia. Su quel conto hanno accesso diretto sia il segretario generale Maurizio Landini sia il tesoriere del sindacato. Una misura che, secondo chi ha visto gli atti, sarebbe stata “l’unica strada per ottenere giustizia”.

Reazioni e polemiche nel sindacato

La vicenda si incrocia con le recenti parole dello stesso Landini. A ottobre scorso, durante un intervento critico contro il governo Meloni sulla proposta di usare il Tfr come anticipo pensionistico, il segretario aveva detto: “È una presa in giro. Mi scusi, io Tfr ce l’ho già, è mio. Dovrebbe essere aggiuntivo alla pensione, non sostitutivo”. Parole che oggi suonano quasi beffarde per chi ha seguito da vicino la causa di Stefano O.

Fonti interne alla Cgil spiegano che la decisione di arrivare fino alla Cassazione è stata presa per “difendere le ragioni dell’organizzazione”. Ma tra i corridoi di Corso Italia qualcuno ammette: “Forse si poteva chiudere prima”. Dopo il pignoramento, dal sindacato non è arrivato alcun commento ufficiale.

Un caso che riapre il dibattito sui diritti dei lavoratori

La storia di Stefano O., ora in pensione e residente a Milano, riaccende il dibattito sulla tutela dei diritti dei lavoratori, anche dentro le stesse organizzazioni che dovrebbero difenderli. “Non mi aspettavo una battaglia così lunga”, ha confidato l’ex dirigente a chi gli è vicino. Eppure, solo dopo anni di ricorsi e sentenze, la giustizia ha imposto il rispetto delle regole anche a chi, per statuto, dovrebbe farle rispettare.

Un caso che lascia molte domande aperte sul rapporto tra sindacati e lavoratori e che, almeno per ora, sembra destinato a far parlare ancora.