La forza della memoria: Orcolat rivive il sisma del ’76 in Friuli

La forza della memoria: Orcolat rivive il sisma del '76 in Friuli

La forza della memoria: Orcolat rivive il sisma del '76 in Friuli

Giada Liguori

Febbraio 26, 2026

Pordenone, 26 febbraio 2026 – Un viaggio dentro la memoria del Friuli, fatto di voci, immagini e ricordi che ancora oggi segnano il territorio. Così si presenta “Orcolat”, il nuovo documentario di Federico Savonitto dedicato al terremoto del 1976. Il film, prodotto da Lucio Scarpa e Marco Caberlotto, sarà proiettato in anteprima il 28 febbraio a Cinemazero di Pordenone, nell’ambito di “Aspettando Pordenone Docs Fest”, con due appuntamenti: alle 16.30 e alle 18.45. Domenica 1 marzo, invece, è prevista una replica alle 20.30 al Cinema Teatro Sociale di Gemona.

Tra mito e realtà: la storia che ha cambiato il Friuli

Al centro di Orcolat – una produzione Kublai Film con Rai Cinema, sostenuta da Fvg Film Commission e dal Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia – c’è la voglia di raccontare tutta la complessità di un evento che ha segnato per sempre la regione. Il titolo si rifà all’Orcolat, creatura leggendaria ritenuta responsabile dei terremoti, secondo la tradizione popolare. Ma il documentario va oltre la leggenda: mette insieme mito e scienza, alternando le spiegazioni sismiche alle storie tramandate nei paesi friulani.

La voce narrante è quella di Bruno Pizzul, friulano di nascita, che guida lo spettatore tra immagini d’archivio – molte tratte dalla Cineteca del Friuli – e testimonianze di chi ha vissuto quei giorni di devastazione nel maggio 1976. “Orcolat è un film sull’ascolto: della terra, delle sue crepe visibili e invisibili, e delle storie che continuano a muoversi sotto la superficie del tempo”, ha detto il regista Savonitto durante la conferenza stampa a Udine.

Un mosaico di voci tra dolore e ricostruzione

Il documentario prende forma come un mosaico di emozioni. Le voci dei sopravvissuti si mescolano a quelle di artisti, sportivi, scrittori e studiosi. Tra gli intervistati ci sono nomi noti come Dino Zoff, Fabio Capello, Manuela Di Centa, lo scrittore Paolo Rumiz, l’antropologo Gian Paolo Gri, la scrittrice tedesca Esther Kinsky, il fumettista Davide Toffolo e lo stesso Pizzul. Ognuno porta una prospettiva diversa su quel terremoto: non solo distruzione, ma anche una spinta collettiva verso la rinascita.

Le immagini alternano macerie, volti segnati dalla paura e dalla fatica, e mani che lavorano insieme per rialzare case e comunità. “Ricordo ancora quel silenzio irreale dopo la scossa”, ha raccontato Zoff in un’intervista. “Poi la gente che si aiutava senza chiedere nulla in cambio”. Un sentimento che torna spesso nelle parole dei testimoni.

La ricostruzione: esempio e monito

A quasi cinquant’anni dal sisma, Orcolat diventa anche un’occasione per riflettere sul presente. Il terremoto del Friuli è rimasto nella memoria nazionale non solo per la tragedia – quasi mille vittime e decine di migliaia di sfollati – ma anche per il modello di ricostruzione adottato. Un esempio spesso citato quando si parla di emergenze e gestione delle crisi.

“La reazione del Friuli è stata dignitosa e concreta”, ha ricordato Marco Caberlotto, produttore esecutivo. “Oggi, con i problemi ambientali che stiamo vivendo, quella lezione è più importante che mai”.

Musica e immagini: un legame con il territorio

A dare ritmo al racconto ci pensano le musiche dei Tre Allegri Ragazzi Morti, di Elisa – altra voce friulana – e del compositore Lorenzo Commisso. Le colonne sonore accompagnano le immagini d’epoca e i paesaggi di oggi, in un dialogo continuo tra passato e presente.

Il documentario arriverà nelle sale italiane dal 2 marzo. L’attesa tra chi vive nelle zone colpite è forte: “È importante che i giovani sappiano cosa è successo”, ha detto una signora di Venzone dopo una proiezione riservata. “Solo così si capisce davvero cosa vuol dire ricominciare”.

Orcolat si propone come uno strumento di memoria attiva, capace di restituire dignità alle storie che hanno segnato il Friuli. Un racconto che parla al presente, senza retorica, con la forza dei fatti e delle voci raccolte in quasi mezzo secolo.