Milano, 26 febbraio 2026 – Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato in servizio a Rogoredo, resterà in carcere. Lo ha deciso il gip di Milano, Domenico Santoro, dopo l’interrogatorio di garanzia di ieri mattina nel carcere di San Vittore. La decisione arriva a pochi giorni dall’omicidio di Abderrahim Mansouri, nel cosiddetto “boschetto della droga” alle porte della città. Il giudice ritiene concreto il rischio che l’agente possa “uccidere ancora” o “alterare le prove”.
Gip: perché Cinturrino resta in carcere
Nel provvedimento, il giudice Santoro spiega che la custodia cautelare è necessaria nonostante il fermo non sia stato convalidato per assenza di pericolo di fuga. Il motivo? La paura che Cinturrino possa “convincere i colleghi a raccontare versioni di comodo” o addirittura ripetere il reato. Un punto cruciale riguarda i minuti dopo lo sparo: secondo gli investigatori, l’agente ha aspettato 23 minuti prima di chiamare i soccorsi. Un tempo definito “inspiegabile”, usato forse per mettere mano alla scena del crimine.
La pistola finta e la scena modificata
Il particolare più controverso è la presenza di una pistola giocattolo, una replica di Beretta, trovata vicino al corpo di Mansouri. La Procura sostiene che sia stata posizionata da Cinturrino dopo il colpo fatale, per sostenere la versione della legittima difesa. Le testimonianze dei colleghi, inizialmente d’accordo con l’assistente capo, sono cambiate dopo essere stati riconvocati come indagati il 19 febbraio. Ora parlano di dettagli che confermano il sospetto di una messinscena.
“Abbiamo visto Carmelo prendere qualcosa dalla tasca e metterlo accanto al corpo”, ha detto uno degli agenti, secondo gli atti. Solo dopo questo gesto è partita la chiamata al 112, sottolineano gli inquirenti.
Le parole dure del giudice e l’atteggiamento in carcere
Il gip Santoro non usa mezzi termini: parla di “assenza di spirito collaborativo” da parte di Cinturrino, che ha ammesso solo “ciò che era già evidente” dalle indagini, come l’alterazione della scena. Sulla dinamica dello sparo – definito dall’agente “intimidatorio”, non diretto a colpire – il giudice non è convinto. Anzi, sostiene che i “metodi intimidatori” erano una costante nel suo lavoro, come confermato dai colleghi.
In carcere, Cinturrino si è chiuso in sé stesso. Nessun segno di pentimento, nessuna voglia di collaborare davvero con gli investigatori. “Non mi sento colpevole di omicidio”, avrebbe detto durante l’interrogatorio, ammettendo solo la presenza dell’arma finta.
Indagini in corso, attesa per la prossima udienza
La Procura deve ancora chiarire diversi punti. Gli investigatori stanno esaminando i tabulati telefonici e le immagini delle telecamere della zona. L’obiettivo è capire cosa sia successo in quei 23 minuti tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi. La difesa ha già annunciato ricorso al Tribunale del Riesame: “Il nostro assistito non ha mai avuto intenzione di uccidere”, ha detto l’avvocato Giuseppe Ferraro.
Nel frattempo, a Rogoredo la tensione cresce. Alcuni abitanti hanno lasciato fiori e biglietti sul luogo dell’omicidio. Su un cartello appeso alla recinzione si legge: “Vogliamo sapere la verità”. La comunità marocchina di Milano segue con attenzione ogni sviluppo.
Rogoredo e il boschetto: una zona sotto pressione
Questo caso riporta sotto i riflettori la questione sicurezza nel “boschetto della droga”, noto per spaccio e scontri tra polizia e frequentatori. Negli ultimi mesi, secondo la Questura, i controlli sono aumentati e anche le segnalazioni di episodi violenti. Il caso Cinturrino rischia di far scattare nuove polemiche sulla gestione dell’ordine pubblico nella periferia sud di Milano.
La prossima tappa è l’udienza davanti al Riesame, prevista per la prossima settimana. Solo allora si saprà se per l’assistente capo resteranno aperte le porte del carcere o se la difesa riuscirà a far valere le sue ragioni. Intanto le indagini non si fermano: la Procura vuole fare luce su quella notte nel bosco di Rogoredo.
