Milano, 27 febbraio 2026 – Dal carcere di San Vittore, dove è rinchiuso con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, avvenuta il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, l’assistente capo della Polizia Carmelo Cinturrino ha scritto una lettera di scuse. Il testo, indirizzato alla famiglia della vittima, ai colleghi e a tutto il corpo di polizia, è stato consegnato al suo legale, Piero Porciani, e letto in tv. Una pagina che racconta il suo stato d’animo e le ragioni dietro quel gesto.
La lettera dal carcere: “Sono triste e pentito”
Nella lettera, scritta tutta in stampatello e anticipata in esclusiva dall’avvocato Porciani durante “Diario del Giorno” su Rete4, Cinturrino si rivolge direttamente ai parenti di Mansouri: «Vorrei scusarmi con tutti per quello che è successo. Credetemi, ho avuto paura. Prima che quel ragazzo mi colpisse, e poi dopo aver sparato, per le conseguenze del mio gesto». Parole semplici, quasi trattenute, che mostrano uno stato di confusione e dolore. «Quel ragazzo doveva stare in prigione, non morire. Mi dispiace anche per la sua famiglia», aggiunge.
Il riferimento a quella notte nel boschetto di Rogoredo è netto. Secondo le prime ricostruzioni, Cinturrino avrebbe sparato dopo una colluttazione con Mansouri, già noto alle forze dell’ordine per precedenti legati allo spaccio. L’agente, ora sospeso dal servizio, è in isolamento da più di un mese. «Sono triste e pentito per quello che ho fatto, ma mi sono sentito disperato», scrive ancora.
Integrità professionale e accuse respinte
Nel testo affidato al suo avvocato, Cinturrino rivendica la sua onestà professionale: «Ho sempre fatto il mio dovere, con onestà, come dimostrano gli encomi e le lodi ricevute negli anni, l’assenza di sanzioni disciplinari e la stima dei colleghi». Un passaggio che sembra una risposta diretta alle voci su presunti comportamenti scorretti circolate nelle ultime settimane.
Non solo. Dopo la lettura della lettera, l’avvocato Porciani ha parlato in diretta per respingere con forza le accuse di corruzione mosse contro il suo assistito. Secondo alcune indagini interne, Cinturrino sarebbe stato sospettato di aver preso soldi dai pusher in cambio del silenzio. «Mi ha detto più volte di non aver mai preso nulla da nessuno – ha detto Porciani – e il suo stile di vita non era certo quello di un corrotto. Era semplicemente quello di chi faceva il suo lavoro con impegno».
Il momento dello sparo: paura e disperazione
L’avvocato ha poi raccontato come si sentiva l’agente nei momenti prima e dopo lo sparo. «Ha avuto paura – ha spiegato Porciani – prima di essere colpito da Mansouri e poi di dover affrontare la giustizia». Due paure che lo avrebbero spinto a premere il grilletto. Cinturrino si sarebbe sentito “disperato”, travolto dagli eventi.
Il caso ha acceso reazioni contrastanti tra i colleghi della Questura di Milano. Qualcuno ha mostrato solidarietà, ricordando la lunga carriera senza macchie; altri hanno preferito non parlare. Nel quartiere di Rogoredo, invece, la tensione resta alta: molti residenti raccontano di aver sentito gli spari quella notte, poco dopo le 23.30, e di aver visto le volanti arrivare a sirene spiegate.
Le indagini vanno avanti: attesa per la perizia balistica
Intanto, la Procura continua le indagini. Si aspetta l’esito della perizia balistica per capire meglio come sono andate le cose. Fonti investigative fanno sapere che bisogna ancora sentire alcuni testimoni che erano nel boschetto quella notte. La famiglia Mansouri, assistita dall’avvocato Chiara Gatti, chiede che venga fatta piena chiarezza.
Cinturrino resta in carcere, in attesa dell’interrogatorio davanti al gip che si terrà nei prossimi giorni. «Perdonatemi, pagherò per il mio errore», ha scritto nella sua lettera. Ora, da quella confessione, si aspettano risposte dalla giustizia e dalla città.
