Il mistero dei 4 minuti di buio: il cuore «bruciato» e la profezia del primario

Il mistero dei 4 minuti di buio: il cuore «bruciato» e la profezia del primario

Il mistero dei 4 minuti di buio: il cuore «bruciato» e la profezia del primario

Matteo Rigamonti

Febbraio 27, 2026

Napoli, 27 febbraio 2026 – Quattro minuti di vuoto, il tempo che passò tra l’asportazione del cuore malato e l’arrivo del nuovo. È quanto emerge dalle testimonianze raccolte dalla Procura di Napoli sull’intervento al Monaldi del 23 dicembre, che si è concluso con la tragica morte del piccolo Domenico Caliendo, solo due anni. Quel breve intervallo, tra il prelievo e la consegna dell’organo arrivato da Bolzano, getta nuove ombre su un trapianto già finito sotto accusa e sotto la lente degli inquirenti.

Il cuore in ritardo: un problema senza vie d’uscita

Gli operatori sanitari sentiti dagli investigatori raccontano che il cuore di Domenico è stato tolto alle 14.18. Il nuovo organo, che avrebbe dovuto salvarlo, è arrivato solo alle 14.22. Quattro minuti che in sala operatoria sono sembrati un’eternità. La tensione in quei momenti era alle stelle. Quando il contenitore con il cuore – un box-frigo giudicato “non adatto” per quel tipo di trasporto – è stato aperto, la scena ha lasciato tutti senza parole.

Il cuore era in condizioni pessime, “duro come una pietra”, ha detto un testimone agli inquirenti. I medici hanno provato a scongelarlo in ogni modo: prima con acqua fredda, poi tiepida e infine calda. Un tentativo disperato, che però non ha funzionato. “Si era solo un po’ ammorbidito con i risciacqui”, ha riferito uno dei presenti durante l’interrogatorio.

Il presagio del primario e l’atmosfera tesa in reparto

In quei minuti concitati, il primario Guido Oppido – oggi sotto indagine – avrebbe espresso più volte i suoi dubbi sulla riuscita dell’operazione. “Questo cuore non farà mai un battito. Non ripartirà mai”, avrebbe detto ai colleghi, secondo i verbali raccolti dalla Procura. Una previsione che, purtroppo, si è rivelata esatta.

Nei giorni e nelle settimane successive al tragico esito, il clima in reparto è diventato sempre più teso. Le discussioni tra medici e infermieri non si sono mai spente, nemmeno dopo che la vicenda è finita alla ribalta. In particolare, durante una riunione del 10 febbraio, un’infermiera ha rimproverato il primario per il ritardo tra l’espianto e l’arrivo del nuovo cuore: “Tu hai clampato alle 14.18 mentre il cuore era ancora fuori dall’ospedale”, avrebbe detto.

Scontri e tentativi di ricomporre il gruppo

La risposta di Oppido non si è fatta attendere. Secondo una testimonianza, il primario avrebbe sferrato un calcio a un termosifone, sfogandosi con parole dure: “Hai capito con che gente di m***a ho a che fare?”. Un altro episodio ha visto la stessa persona aggredire verbalmente un’altra collega, sempre secondo chi era presente.

Solo sei giorni dopo, Oppido avrebbe cercato di calmare gli animi. In un’altra riunione ha invitato tutti a restare uniti in vista degli interrogatori della magistratura: “Non era colpa nostra, dovevamo mantenere la calma”, ha detto.

Indagini aperte, molti punti da chiarire

La Procura di Napoli prosegue con le indagini sulle responsabilità legate al trapianto fallito e su come sono state gestite le fasi cruciali dell’intervento. Restano da spiegare diversi aspetti: perché si è deciso di procedere comunque con un cuore in condizioni così compromesse; il perché di quei minuti di attesa tra espianto e arrivo; le modalità di trasporto e conservazione dell’organo.

Nel frattempo, il caso ha acceso un acceso dibattito sulla sicurezza dei trapianti pediatrici e sulle procedure adottate in centri come il Monaldi. “Non c’era alternativa”, hanno detto alcuni medici agli inquirenti, giustificando la scelta fatta in sala. Ma per la famiglia Caliendo – e per molti nel mondo medico – restano troppe domande senza risposta.

Quel pomeriggio di dicembre ha segnato per sempre chi era in sala operatoria. Solo le indagini potranno dire se quei quattro minuti di vuoto sono stati davvero fatali per il piccolo Domenico.