Milano, 27 febbraio 2026 – Il cervello delle persone tra gli 85 e i 99 anni sorprende ancora. Chi riesce a mantenere una memoria e funzioni cognitive simili a quelle dei più giovani produce il doppio di nuovi neuroni rispetto ad altri coetanei in buona salute. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Nature e guidato dall’Università dell’Illinois a Chicago, che ha analizzato campioni di tessuto cerebrale di diversi soggetti. I ricercatori sperano che questa scoperta possa aprire nuove strade per un invecchiamento sano e per prevenire malattie come l’Alzheimer.
Nuovi neuroni anche dopo gli 85 anni: la conferma
Il gruppo diretto da Orly Lazarov e Jalees Rehman ha dimostrato che nell’ippocampo – la zona del cervello legata alla memoria – la produzione di nuovi neuroni, chiamata neurogenesi, non si ferma mai. Ma il ritmo con cui questi neuroni nascono cambia molto da persona a persona. “Nei cosiddetti ‘grandi anziani’ la neurogenesi è ancora molto attiva”, spiega Ahmed Disouky, primo autore dello studio. Anzi, in questi soggetti la nascita di nuovi neuroni è il doppio rispetto ad altri anziani considerati sani.
Declino cognitivo e neurogenesi: un legame stretto
I dati raccolti dall’Università dell’Illinois mostrano che chi inizia a perdere le capacità cognitive produce pochissimi neuroni nuovi. Nei casi di Alzheimer conclamato, la neurogenesi è quasi assente. Al contrario, nei grandi anziani con mente ancora lucida, il cervello continua a generare molte cellule nervose. “Questo ci dice che il declino non è una condanna inevitabile”, sottolinea Disouky. “Scoprire perché alcune persone mantengono questa capacità potrebbe aiutarci a trovare modi per proteggere la memoria anche in età avanzata”.
Verso una prevenzione più efficace dell’Alzheimer
La ricerca, pubblicata su una delle riviste scientifiche più importanti al mondo, apre nuove prospettive contro l’Alzheimer e altre demenze. Gli scienziati ipotizzano che stimolare la neurogenesi nell’ippocampo possa diventare una strada concreta per rallentare o evitare il deterioramento mentale. “Non sappiamo ancora quali fattori – genetici, ambientali o legati allo stile di vita – permettano ad alcuni anziani di mantenere questa energia cerebrale”, ammette Lazarov durante una conferenza stampa online. “Ma è un punto di partenza fondamentale”.
Cosa cambierà nella pratica clinica?
Lo studio si basa per ora sull’analisi post-mortem di tessuti cerebrali donati per la ricerca. Ma i risultati potrebbero portare, in futuro, a nuovi metodi di cura. “Se capissimo cosa aiuta la neurogenesi negli anziani più resilienti, potremmo pensare a farmaci o interventi specifici”, confida Rehman. Il neurologo Carlo Ferretti, dell’Università di Milano, invita però alla prudenza: “Serviranno altri studi per capire se e come questi processi si possano applicare su larga scala”.
Una nuova visione dell’invecchiamento del cervello
L’idea che il cervello debba per forza andare incontro a un lento e inevitabile declino viene messa in discussione dai dati americani. “È bello sapere che la resilienza del cervello non è un caso raro”, commenta Disouky. “Molti anziani possono mantenere la mente lucida grazie a processi biologici che ancora non comprendiamo bene”. La speranza è che queste scoperte portino presto a strumenti concreti per migliorare la vita nella terza età.
Per ora, rimane chiaro che il cervello umano può sorprendere per la sua vitalità e capacità di adattarsi, anche oltre gli 85 anni. Studiare i grandi anziani potrebbe essere la chiave per affrontare le sfide dell’invecchiamento della mente.
