La famiglia della vittima di Rogoredo chiede giustizia: «Se hai coscienza, confessa tutto»

La famiglia della vittima di Rogoredo chiede giustizia: «Se hai coscienza, confessa tutto»

La famiglia della vittima di Rogoredo chiede giustizia: «Se hai coscienza, confessa tutto»

Matteo Rigamonti

Febbraio 27, 2026

Milano, 27 febbraio 2026 – Non sono bastate le scuse scritte dal carcere da Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia penitenziaria, a calmare la rabbia dei familiari di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio scorso nel boschetto di Rogoredo. La famiglia della vittima, tramite gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha risposto duramente alla lettera inviata dall’agente, ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario. “Gli errori si fanno a scuola, ammazzare una persona e poi mettere in piedi una messinscena non è un errore, è qualcosa di orribile”, hanno detto i parenti, chiedendo una confessione completa e chiara.

La famiglia Mansouri vuole la verità, tutta la verità

Secondo gli avvocati, la famiglia non si accontenta delle parole di pentimento arrivate dal carcere. Anzi, le trovano quasi un’offesa. “Se ha un briciolo di coscienza, dica tutto il male che ha fatto in questi anni, lui e i suoi complici”, hanno spiegato gli avvocati, riportando il pensiero dei familiari. Il punto è chiaro: la richiesta non riguarda solo l’omicidio di Abderrahim, ma anche eventuali responsabilità passate o il coinvolgimento di altri agenti. “Se quello che è emerso dovesse essere confermato, crediamo che Cinturrino sarebbe dovuto finire in carcere molto prima, e non solo per la morte di Abderrahim”, hanno aggiunto.

I colleghi sotto accusa

Nel mirino della famiglia finiscono anche i colleghi di Cinturrino. Secondo i parenti, alcuni agenti avrebbero taciuto di fronte ai suoi comportamenti violenti, contribuendo così, almeno indirettamente, alla tragedia di Rogoredo. “Se qualcuno dei suoi colleghi, che oggi lo dipingono come un violento, avesse fatto il proprio dovere e denunciato, Abderrahim sarebbe ancora vivo”, hanno sottolineato gli avvocati. Un’accusa pesante che mette in discussione la capacità delle istituzioni di controllare i propri uomini. “Non c’è nulla di più lontano da ciò che si dice di lui e dal suo ruolo di servitore dello Stato”, si legge ancora nella nota diffusa dagli avvocati.

Le parole di Cinturrino dal carcere

La lettera scritta da Cinturrino – consegnata al suo legale Piero Porciani e interamente in stampatello – contiene parole di pentimento ma anche una difesa della propria onestà professionale. “Quel ragazzo doveva stare in carcere, non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per quello che ho fatto, ma ero disperato”, ha scritto l’assistente capo. Nel testo, l’agente si definisce “sempre onesto e servitore dello Stato” e chiude con una richiesta: “Perdonatemi, pagherò per il mio errore”. Parole che però non hanno convinto i familiari.

Rogoredo resta sotto choc, la comunità chiede giustizia

Nel quartiere di Rogoredo, dove tutto è successo poco dopo le 18 del 26 gennaio, il clima è ancora teso. La comunità marocchina si è stretta intorno alla famiglia Mansouri, che chiede giustizia e trasparenza. Secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, l’omicidio presenta ancora molti punti oscuri: bisogna chiarire se altre persone presenti quella sera nel boschetto abbiano responsabilità.

Indagini in corso, la verità è ancora lontana

Gli investigatori della Squadra Mobile di Milano continuano a lavorare per ricostruire ogni dettaglio. Al momento, dicono fonti della Procura, non ci sono nuovi indagati, ma le verifiche su possibili complicità vanno avanti. Gli avvocati della famiglia hanno chiesto che vengano ascoltati tutti i colleghi di Cinturrino che lavoravano nella zona nelle settimane prima dell’omicidio.

Una ferita aperta nel cuore di Milano sud

La morte di Abderrahim Mansouri ha lasciato una ferita profonda nel tessuto sociale di Milano sud. In via Sant’Arialdo, dove si trova il boschetto teatro del delitto, sono spuntati fiori e messaggi scritti a mano: “Giustizia per Abderrahim” si legge su un cartello appeso a un albero. La famiglia aspetta risposte concrete dalla magistratura. E ribadisce: “Uccidere non è un errore”. Solo allora – dicono – potranno trovare un po’ di pace.