Milano, 27 febbraio 2026 – Leonardo Caffo, filosofo e docente di Estetica, è stato licenziato dalla Naba (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano) ieri, a pochi mesi dalla condanna per maltrattamenti contro l’ex compagna. La decisione dell’istituto arriva a due mesi dalla fine del processo, conclusosi a dicembre, quando Caffo aveva ammesso le sue responsabilità, rinunciato all’appello e accettato un percorso di recupero che gli aveva garantito la sospensione della pena e una fedina penale pulita. Nonostante questo, la vicenda si è complicata, con effetti che riguardano sia la sua carriera accademica sia la sua vita personale.
Licenziato dopo la condanna: la linea dura della Naba
Secondo il Corriere della Sera, la Naba ha deciso di licenziare in tronco il docente 37enne, figura nota nel mondo filosofico milanese. L’università privata non ha rilasciato dichiarazioni ufficiali, preferendo mantenere riserbo per tutelare la privacy delle persone coinvolte. La scelta sarebbe arrivata dopo un’attenta valutazione interna, nonostante la posizione giudiziaria di Caffo sia stata “sanata” dalla legge.
Caffo contro il licenziamento: “Una punizione ingiusta e incostituzionale”
Il professore non ha nascosto il suo disappunto. In una nota diffusa nel pomeriggio, Caffo ha definito la decisione “sproporzionata e contraria all’articolo 27 della Costituzione”, che parla di pena con funzione rieducativa. “Questa scelta – ha detto – è una sanzione in più per fatti già giudicati. Così si distrugge chi ha sbagliato, invece di aiutarlo a rimettersi in piedi”. Il filosofo ha sottolineato gli sforzi fatti per cambiare: “Ho chiesto scusa dove ho potuto, mi sto impegnando a migliorare”. Ma, secondo lui, oggi prevalgono “la gogna mediatica e la condanna senza fine”.
Il ricorso e il valore del reinserimento
Caffo ha già annunciato che farà ricorso contro il licenziamento. Al centro della sua battaglia c’è proprio l’idea di scuola come luogo educativo e di crescita. “Come filosofo, potrei insegnare non solo Kant o Hegel, ma anche la fragilità umana e l’importanza del perdono”, ha detto. Per lui, l’università ha perso una chance per valorizzare la diversità delle esperienze e insegnare il senso della riparazione. “Un sistema che butta fuori chi cerca di rimettersi in gioco rischia di fallire nel suo ruolo sociale”.
La vita privata che vacilla
La questione non riguarda solo il lavoro. Dietro c’è anche la sua vita privata: Caffo è padre di una bambina di sei anni e teme che il licenziamento lo costringa ad accettare incarichi all’estero, mettendo a rischio la ricostruzione del rapporto con la famiglia. “Come posso spiegare a mia figlia o agli studenti che la società premia il giudizio rapido e non la voglia di rimediare?”, si è domandato pubblicamente. Il filosofo ha lanciato un appello alle università: “Non cedete alla paura del giudizio altrui o ai rumori dei social, ma date spazio a chi vuole riscattarsi dopo aver pagato per i propri errori”.
Il silenzio dell’ateneo e le domande che restano
La Naba non ha risposto ufficialmente, limitandosi a ribadire il rispetto della privacy delle persone coinvolte. Restano aperti molti interrogativi sul rapporto tra giustizia penale e responsabilità sociale delle istituzioni educative. Nel frattempo, nell’ateneo milanese si respira attesa: alcuni studenti hanno espresso solidarietà a Caffo, altri preferiscono non commentare. Solo nelle prossime settimane si capirà se il ricorso potrà riaprire la partita o se la sua esperienza alla Naba si chiuderà qui, lasciando sul tavolo tante domande sulla funzione rieducativa della pena e sul ruolo delle università oggi.
