Milano, 27 febbraio 2026 – Sono stati allontanati dal commissariato di Mecenate i quattro poliziotti che la sera del 12 febbraio erano insieme a Carmelo Cinturrino, l’assistente capo ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. La decisione, annunciata ieri dal questore di Milano Bruno Megale, arriva dopo giorni di tensione e polemiche che hanno scosso profondamente la polizia milanese.
Quattro agenti spostati dopo l’omicidio di Mansouri
I quattro, indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento, sono stati trasferiti a incarichi amministrativi, lontano dal territorio e dalle attività operative. Una scelta, spiegano fonti della Questura, presa per garantire “massima trasparenza e serenità nelle indagini”. Il provvedimento è scattato dopo che il gip di Milano ha confermato la custodia cautelare in carcere per Cinturrino, segnalando il rischio concreto che possa ripetere il reato o interferire con le prove.
Secondo quanto ricostruito, la sera della sparatoria i cinque poliziotti stavano effettuando un controllo in zona via Rogoredo, nota per lo spaccio. In quel momento, Cinturrino ha sparato a Mansouri, 32 anni, marocchino, uccidendolo. La vittima, secondo le prime analisi balistiche, era disarmata. I colleghi non avrebbero prestato soccorso immediato né allertato subito i soccorsi.
Cinturrino: “Nego tutto, è un’infamia”
Nel corso dell’interrogatorio di garanzia, Cinturrino ha respinto con forza tutte le accuse. “Smentisco ogni infamità che hanno tirato fuori”, ha detto davanti al gip, secondo fonti giudiziarie. L’agente, 44 anni, in polizia da più di vent’anni tra Milano e provincia, si è difeso dicendo di aver agito “in una situazione di pericolo” e ha puntato il dito contro i colleghi: “Non sono io quello da cercare”, avrebbe aggiunto.
Il giudice però non ha creduto alla sua versione. Nell’ordinanza si legge che “resta concreto il rischio che l’indagato possa commettere altri atti violenti o influenzare le testimonianze”. Per questo è stato mantenuto in carcere a San Vittore.
Indagini sul commissariato: paura o copertura?
La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, sta cercando di capire se quella notte si sia trattato di un episodio isolato o se ci sia un clima più ampio di omertà o un vero e proprio sistema di “pizzo” imposto ai pusher della zona. Gli investigatori stanno passando al setaccio turni, chat interne e rapporti di servizio degli ultimi mesi. Si indaga anche su eventuali pressioni su testimoni e vittime dello spaccio.
Per ora, spiegano fonti investigative, non ci sono prove di un’organizzazione strutturata all’interno del commissariato. Ma la presenza dei quattro agenti quella sera e la loro mancata collaborazione con i soccorsi hanno sollevato dubbi. “Vogliamo capire se si è trattato solo di paura o di qualcosa di più”, ha detto un magistrato vicino al fascicolo.
Tensioni e reazioni nel corpo di polizia
In polizia il clima resta teso. Alcuni sindacati chiedono “rispetto per il lavoro degli agenti”, sottolineando che “un episodio grave non può gettare ombre su tutto il corpo”. Altri invece chiedono “chiarezza fino in fondo”, per tutelare chi ogni giorno lavora in condizioni difficili.
Nel quartiere Rogoredo, la notizia dei trasferimenti ha suscitato reazioni contrastanti. C’è chi parla di “scelta giusta” e chi teme che le tensioni tra forze dell’ordine e cittadini possano crescere. Sullo sfondo resta il nodo della sicurezza e della fiducia nelle istituzioni, messe a dura prova da una vicenda che, per ora, lascia più domande che risposte.
