Napoli, 1 marzo 2026 – Un cuore arrivato da Bolzano, un trapianto finito in tragedia, una serie di messaggi tra infermieri che raccontano più di mille verbali. È il pomeriggio del 23 dicembre scorso, sono le 16.06, quando all’ospedale Monaldi di Napoli il cuore destinato al piccolo Domenico Caliendo, appena sei anni, non riparte. L’organo, trasportato in condizioni già compromesse, viene impiantato ma resta fermo. E nelle chat tra il personale sanitario spuntano dettagli che ora sono al centro dell’inchiesta della Procura.
Le chat tra infermieri e il cuore “congelato”
Teresa Calascione, infermiera che aveva lasciato la sala operatoria alle 14.12, si aggiorna via WhatsApp con i colleghi sull’andamento dell’intervento, iniziato poco dopo le 14.30. La risposta del caposala è secca: «Non va… zero… è una pietra». Calascione replica sbigottita: «Mamma mia. Se lo tengono sulla coscienza». Sono messaggi che, come confermano fonti investigative, sono stati raccolti dagli inquirenti e finiti sulle pagine di diversi giornali nazionali.
Un’ora prima, la stessa Calascione aveva già ricevuto segnali allarmanti da una collega in sala operatoria, Cristiana Passariello. Alla domanda «a che siete?», Passariello aveva risposto con un vocale: «Hanno portato il cuore nel ghiaccio secco. Si è congelato, forse non lo possono impiantare… è un casino». Un dettaglio che pesa come un macigno: il cuore sarebbe stato trasportato nel ghiaccio secco, una pratica vietata dai protocolli per conservare gli organi da trapiantare.
Il disperato tentativo di scongelare l’organo
Pochi minuti dopo, Calascione scrive di nuovo: «Avete risolto? Ma lui ha fatto il pazzo?», probabilmente riferendosi al cardiochirurgo Guido Oppido, che stava operando. La risposta di Passariello non lascia dubbi: «Per scongelarlo lo abbiamo messo nell’acqua calda, ti ho detto tutto. Se riparte è un miracolo». Un gesto estremo, dettato dalla disperazione e dalla consapevolezza che il cuore era ormai compromesso.
Dalle prime ricostruzioni emerge che l’équipe ha provato a rianimare l’organo in ogni modo. Ma il cuore non ha mai dato segni di vita. In sala operatoria l’atmosfera era pesante, carica di tensione e incredulità. Le chat restituiscono un quadro vivido di quell’ansia.
Il chirurgo “pazzo” e la scelta di andare avanti
Calascione insiste: «Ma lo sta mettendo?», chiedendo se Oppido stesse davvero procedendo con l’impianto nonostante le condizioni dell’organo. La collega conferma: «Pazzo. E che te lo dico a fare? Sì, lo sta mettendo». Una decisione che ora è sotto la lente degli inquirenti e che ha scatenato polemiche anche dentro l’ospedale.
Secondo chat e testimonianze raccolte, il cardiochirurgo Oppido ha deciso di procedere con il trapianto pur sapendo che le chance di successo erano quasi nulle. Quel cuore, definito “una pietra”, non ha mai ripreso a battere.
Le indagini e le reazioni dell’ospedale
La direzione sanitaria del Monaldi ha sospeso due dirigenti medici coinvolti nel trapianto. In una nota diffusa nei giorni successivi alla tragedia, l’ospedale ha annunciato una verifica interna e confermato la collaborazione con la magistratura. «Stiamo facendo piena luce su quello che è successo», ha detto il direttore sanitario.
Nel frattempo emergono altri particolari inquietanti: alcune testimonianze raccolte dagli inquirenti parlano di un’equipe che non avrebbe capito bene le istruzioni in inglese arrivate dal centro trapianti di Bolzano e della mancanza di sacchetti adatti per conservare l’organo. Un quadro che solleva molte ombre sull’organizzazione e sulla gestione dell’intervento.
Una tragedia che scuote la sanità campana
La morte del piccolo Domenico Caliendo ha scosso profondamente l’opinione pubblica e il personale del Monaldi. In ospedale si parla ancora di quei minuti frenetici tra l’arrivo del cuore “bruciato” e la tensione tra i medici. Il primario avrebbe detto chiaramente: «Non ripartirà mai». E così è stato.
L’inchiesta della Procura va avanti. Gli investigatori stanno passando al setaccio ogni dettaglio: dai tempi del trasporto alle procedure in sala, fino alle chat tra i membri dell’équipe. Solo allora, forse, si potrà capire cosa è davvero successo quel pomeriggio di dicembre al Monaldi di Napoli.
