Teheran, 1 marzo 2026 – Nella notte, i Pasdaran iraniani hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico ai mercati di Asia, Europa e Nord America. La notizia è arrivata alle 3.40 ora locale, tramite una nota ufficiale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Una mossa che rischia di far scattare un effetto domino sulle economie di tutto il mondo, proprio in un momento di tensioni crescenti nella regione. Lo Stretto di Hormuz è infatti definito dagli esperti dell’Energy Information Administration americana come “uno dei più importanti colli di bottiglia petroliferi al mondo”.
Hormuz, il cuore pulsante dell’energia mondiale
Ogni giorno, dicono i dati EIA aggiornati al 2025, transitano da qui circa 20 milioni di barili di petrolio: un quinto del consumo globale. Il passaggio, stretto appena 39 chilometri nel punto più angusto, non serve solo al petrolio. Anche il gas naturale liquefatto (GNL) viaggia lungo questa rotta. Nel 2024, sempre secondo l’EIA, il 20% del commercio mondiale di GNL è passato dallo Stretto, con il Qatar come protagonista principale delle esportazioni. E la maggior parte di queste risorse, oltre l’80%, finisce nei mercati asiatici, in particolare in Cina, India, Giappone e Corea del Sud.
La reazione del mondo e i possibili effetti sull’economia
La chiusura ha subito fatto scattare un allarme globale. A Pechino, il portavoce del Ministero degli Esteri ha espresso “profonda preoccupazione”, ricordando che la Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano. Negli Stati Uniti è stata convocata una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza Nazionale. “Seguiamo la situazione con la massima attenzione”, ha detto Antony Blinken, Segretario di Stato americano, poco dopo le 7 del mattino in Italia.
Gli analisti avvertono che una chiusura prolungata sarebbe un colpo durissimo, non solo per chi importa, ma anche per l’Iran. “Bloccare Hormuz sarebbe un suicidio economico per Teheran”, ha detto ieri sera al Financial Times Bijan Khajehpour, esperto di geopolitica energetica. L’Iran esporta quasi tutto il suo petrolio passando proprio da qui.
Il passato insegna: non è la prima volta
Teheran non è nuova a minacce o blocchi temporanei dello Stretto di Hormuz. Dal 1979 a oggi, riferisce l’Università di Teheran, ci sono state almeno venti crisi simili, a partire dalla guerra con l’Iraq negli anni Ottanta. Le tensioni si sono fatte più intense dopo il 2008 e hanno toccato un nuovo picco tra il 2018 e il 2022, quando l’Iran ha colpito direttamente o tramite alleati in Iraq e Yemen vari interessi petroliferi occidentali negli Emirati Arabi Uniti e al largo di Abu Dhabi.
Per questo, Arabia Saudita e Emirati hanno lavorato negli ultimi anni per trovare vie alternative. Riad ha rafforzato l’oleodotto East-West, che attraversa il regno fino al Mar Rosso; Abu Dhabi ha costruito infrastrutture per bypassare lo stretto e raggiungere l’Oceano Indiano. Ma la capacità di queste rotte è limitata: insieme, possono portare circa 2,6 milioni di barili al giorno, molto meno rispetto a quanto passa normalmente da Hormuz.
Mercati in subbuglio e scenari aperti
Questa mattina le borse asiatiche hanno oscillato molto. Il prezzo del petrolio Brent è salito oltre i 110 dollari al barile nei futures scambiati a Singapore. “La volatilità potrebbe aumentare se la situazione non si sblocca in fretta”, ha detto un trader della Mitsui & Co. alla Reuters alle 9 locali.
Non è ancora chiaro se la chiusura sarà totale o se qualche nave potrà passare. Secondo le prime ricostruzioni della stampa iraniana, i Pasdaran hanno già fermato tre petroliere con bandiera liberiana dirette in India. Nessuna informazione ufficiale sulle condizioni degli equipaggi.
Una crisi che mette a nudo la fragilità globale
La crisi dello Stretto di Hormuz torna a mettere in luce quanto siano fragili le rotte energetiche mondiali e quanto i mercati dipendano da pochi passaggi strategici. In queste ore, le cancellerie occidentali stanno valutando possibili risposte, sia diplomatiche che militari. Solo il tempo dirà se questa è una mossa tattica o l’inizio di una nuova escalation nel Golfo Persico.
