Palmoli (Chieti), 2 marzo 2026 – La famiglia australiana che aveva scelto di vivere isolata nei boschi d’Abruzzo sta per lasciare l’Italia e tornare in Australia. Dopo mesi di battaglie legali e una lunga separazione dai loro figli, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno chiesto ufficialmente l’intervento del governo di Canberra per poter fare ritorno a casa. Una svolta che nessuno si aspettava, arrivata dopo quattro mesi di tensioni e sofferenze, e che segna una rottura netta nella storia della cosiddetta “famiglia nel bosco”.
Il dietrofront dei Trevallion: “I nostri figli non meritano tutto questo”
Fino a qualche giorno fa, i genitori sembravano decisi a non cedere. Catherine Birmingham, in un’intervista alla tv australiana, aveva detto: “Non prenderò un altro volo per tornare in Australia, non è un’opzione”. Ma la lontananza dai tre figli – una bimba di otto anni e due gemelli di sei – ha cambiato tutto. Nathan Trevallion, visibilmente provato, ha confessato: “Dentro mi sento vuoto, pieno di tristezza. I bambini non meritano quello che stanno passando”. Parole che raccontano la fatica di una scelta estrema, nata come un sogno e diventata una lotta contro le istituzioni italiane.
La sospensione della potestà e la vita nei boschi
Tutto è esploso lo scorso autunno, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha tolto temporaneamente la responsabilità genitoriale a Catherine e Nathan. La famiglia viveva in un piccolo casolare isolato tra i boschi di Palmoli, senza acqua corrente né elettricità. Uno stile di vita che la madre ha sempre difeso con forza: “Sto lottando contro questa idea sbagliata che il nostro modo di crescere i figli sia dannoso”, ha detto Birmingham al programma 60 Minutes. Per lei, molti “non capiscono e rifiutano il nostro modo naturale di vivere”. Ma le autorità italiane hanno visto la questione in modo diverso, soprattutto dopo un episodio che ha cambiato tutto.
L’avvelenamento da funghi e l’intervento dei carabinieri
A novembre, i tre bambini sono finiti in ospedale per un sospetto avvelenamento da funghi raccolti nella loro proprietà. “Abbiamo mangiato troppi funghi in quei giorni”, ha ammesso la madre. I carabinieri sono intervenuti subito: “Sapevano che vivevamo senza acqua né elettricità”, ha raccontato Birmingham. Da quel momento i bambini sono stati affidati a una struttura protetta e i genitori hanno iniziato una lunga battaglia per riaverli con sé.
Le accuse al sistema italiano e il cambio di rotta
Catherine Birmingham non ha mai nascosto la sua rabbia verso il sistema scolastico italiano e le condizioni della struttura dove sono ora i figli: “Mi lamento perché una madre deve farlo quando vede i suoi bambini manipolati e indottrinati”. Ma la pressione degli ultimi mesi ha fatto vacillare le loro certezze. All’inizio, avevano escluso sia l’Italia sia l’Australia come destinazione futura – “Il nostro futuro non è in Italia, ma da qualche parte in Europa”, aveva detto la madre – ora invece la richiesta di rimpatrio suona come una resa rispetto alla vita nei boschi abruzzesi.
“Prima i bambini, poi l’ideologia”
“Mi chiamano pazza? Forse lo sono, ma non m’importa cosa pensa il mondo”, ha confessato Catherine Birmingham. Oggi, però, la priorità è un’altra: “I nostri figli vengono prima delle nostre idee. Noi sappiamo cosa è meglio per loro e loro sanno che torneranno a casa”. La decisione di chiedere aiuto al governo australiano arriva mentre il Tribunale dell’Aquila ha disposto una nuova perizia sulla capacità genitoriale della coppia.
Le prossime mosse: si attende la risposta di Canberra e del tribunale
Ora resta da vedere se Canberra risponderà all’appello dei Trevallion e come si muoverà il tribunale italiano. Il caso ha acceso un dibattito acceso sia in Italia che in Australia: da una parte chi difende il diritto a uno stile di vita alternativo, dall’altra chi teme per il benessere dei bambini. Intanto, a Palmoli, quel casolare tra i boschi resta vuoto. E la “famiglia nel bosco” si prepara a voltare pagina, forse per sempre.
