Torino, 2 marzo 2026 – Viktoria Albiani, 28 anni, laureata in economia e ragazza transgender, è stata aggressa ieri pomeriggio in piazza Castello a Torino. Erano le 14.30 di domenica quando, secondo il suo racconto, due giovani in monopattino l’hanno insultata con parole omofobe e poi le hanno sputato in faccia. Un gesto che, come ha detto lei stessa, “ha lasciato un segno, dentro e fuori”, soprattutto perché è successo davanti agli occhi della madre.
Aggressione in pieno centro: la testimonianza di Viktoria
Tutto è durato pochi secondi, ma per Viktoria è un ricordo ancora vivido. Era con la madre, in una delle piazze più frequentate del centro di Torino. “Prima gli insulti, per niente originali”, racconta con un filo di ironia. Poi lo sputo, “caricato con tutta la forza”, che l’ha colpita dritto in faccia. “Ho sentito l’odore acido della saliva nel naso”, confida oggi a La Stampa. La madre ha provato a inseguire i due ragazzi – “saranno stati poco più che ventenni” – ma loro sono riusciti a scappare. Non solo: sono tornati indietro e hanno sputato di nuovo, prima di sparire nella folla.
La denuncia e il percorso tra ospedale e caserma
Subito dopo l’aggressione, Viktoria e la madre hanno chiamato il 112. Da quel momento è iniziata una lunga attesa e tante spiegazioni. “È una lesione fisica”, sottolinea Viktoria, “perché c’è un rischio biologico”. Per questo dovrà fare degli esami del sangue nei prossimi giorni. Secondo l’articolo 581 del codice penale, uno sputo può essere considerato “reato di percosse”. Ma, come ricorda lei, in Italia manca ancora una legge che riconosca aggravanti specifiche per i crimini d’odio legati all’identità di genere o all’orientamento sessuale.
All’ospedale, racconta Viktoria, qualcuno ha detto ad alta voce che forse “bastava solo pulirsi la faccia”. Un commento che mostra quanto ancora si sottovalutino episodi del genere. Solo dopo aver spiegato bene la situazione, le hanno prescritto gli esami necessari.
In caserma: attese e reazioni
La tappa dopo è stata la caserma dei carabinieri. Viktoria ha dovuto aspettare il suo turno insieme ad altre persone, tra cui una donna fermata per un furto al supermercato. “Secondo me, in casi come questo dovrebbero esserci corsie preferenziali”, osserva. All’inizio, il maresciallo incaricato sembrava non capire la gravità di quello che era successo. Poi, ascoltando il racconto, ha cambiato atteggiamento: “Era davvero dispiaciuto che tutto fosse successo a pochi passi da lì”, spiega Viktoria. “Mi ha ringraziata per il coraggio”.
Un clima difficile: “Ormai è quasi normalità”
Non è la prima volta che Viktoria subisce episodi di discriminazione. “Succede spesso”, ammette. Dalle occhiate di disprezzo al catcalling, fino a gesti più espliciti, come una pacca sul sedere mentre fa la spesa. “È come se fosse un prezzo da pagare, ormai ci ho fatto l’abitudine”. Questa volta, però, è stato diverso: la presenza della madre ha reso tutto più doloroso. “Tutti abbiamo una madre”, riflette Viktoria, “e se non rispetti me, almeno dovresti rispettare lei”.
Il nodo delle tutele legali
L’episodio riaccende il dibattito sulle tutele legali per le persone transgender e, più in generale, per chi subisce crimini d’odio legati all’identità di genere o all’orientamento sessuale. In Italia manca ancora una legge che preveda aggravanti per questi reati. Le associazioni LGBTQ+ chiedono di nuovo interventi concreti: “Non possiamo continuare a considerare questi fatti come episodi isolati”, dicono da Arcigay Torino.
Nel frattempo, Viktoria aspetta i risultati degli esami medici e si prepara ad affrontare il percorso giudiziario. “Non mi aspetto miracoli”, conclude, “ma almeno che la mia denuncia faccia riflettere qualcuno”. Intanto, in piazza Castello la vita va avanti come sempre. Solo allora si capisce che certe ferite restano invisibili agli occhi di molti.
