In un futuro non troppo lontano, la nostra società si confronta con una realtà in cui il riscaldamento globale ha radicalmente cambiato il nostro modo di vivere e interagire. Il film “Don’t Let the Sun” di Jacqueline Zünd, una produzione italo-svizzera presentata al Festival di Locarno, offre una visione inquietante di questo mondo. Qui, il caldo estremo e la crescente alienazione umana diventano protagonisti di una narrazione che invita a riflettere sulle conseguenze delle crisi climatiche. Con temperature che sfiorano i 50 gradi, le relazioni umane si fanno sempre più fragili, al punto che si ricorre a vere e proprie agenzie per “noleggiare” sconosciuti con cui fingere di avere legami affettivi.
La trama di “Don’t Let the sun”
La storia ruota attorno a Jonah, interpretato dall’attore georgiano Levan Gelbakhiani, che lavora per un’agenzia specializzata nella creazione di legami umani su richiesta. Il suo compito lo porta a fare da padre a Nika, una giovane ragazza la cui madre, Agnese Claisse, ha scelto di crescerla da sola. Attraverso questo rapporto, Jonah scopre una nuova parte di sé, mentre la narrazione esplora le sfide della solitudine e dell’alienazione in un contesto segnato dalla crisi climatica.
L’ispirazione e l’atmosfera del film
Jacqueline Zünd ha rivelato che l’idea del film è nata durante un viaggio in Giappone, dove ha scoperto l’esistenza di un’agenzia che consente di affittare contatti sociali. Questo spunto ha fatto riflettere la regista su come le relazioni umane siano influenzate dal mondo esterno. “In fondo, ciò che descriviamo non è una distopia, ma una minaccia concreta”, afferma Zünd, sottolineando che situazioni simili a quelle rappresentate nel film sono già una realtà in alcune parti del mondo.
L’atmosfera del film è caratterizzata da un’architettura brutalista che, secondo Zünd, rappresenta la fragilità umana. Inizialmente, la regista aveva pensato di girare a São Paulo, ma complicazioni nel processo di co-produzione hanno portato a scegliere Milano e Genova come set principali. In particolare, il complesso abitativo di Monte Amiata e quello delle “Lavatrici” sono stati utilizzati per ricreare un ambiente opprimente. Alcune riprese dall’alto sono state realizzate in Brasile, ma le strade sono state digitalmente svuotate di persone, accentuando così il senso di isolamento e desolazione.
Tematiche di alienazione e identità
In “Don’t Let the Sun”, i personaggi vivono prevalentemente di notte per sfuggire al calore insopportabile delle ore diurne. Questo aspetto non solo sottolinea le conseguenze del cambiamento climatico, ma riflette anche una condizione esistenziale in cui le persone si sentono costrette a nascondersi. La scelta di ambientare la storia in un contesto urbano, con edifici che sembrano rispecchiare il malessere dei loro abitanti, offre un potente simbolo della crisi sociale e ambientale contemporanea.
Nella sua esplorazione dell’alienazione, Zünd invita lo spettatore a riflettere sulla propria realtà. La vulnerabilità dei personaggi e le loro interazioni superficiali sono uno specchio delle sfide che molti affrontano nella vita quotidiana. Le relazioni umane, sempre più mediate dalla tecnologia e dal mercato, si riducono a contratti temporanei, in cui l’autenticità sembra svanire.
Il film affronta anche il tema dell’identità, con Jonah che lotta per comprendere il proprio ruolo in un mondo in cui tutto è mercificato. La sua interazione con Nika diventa una delle poche connessioni genuine in un mare di artificialità, dimostrando che, nonostante le circostanze, la ricerca di legami autentici è un bisogno fondamentale dell’essere umano. Il rapporto tra Jonah e Nika si evolve, portando entrambi a confrontarsi con le proprie vulnerabilità e a riscoprire il valore delle relazioni interpersonali.
“Don’t Let the Sun” rappresenta quindi non solo una denuncia contro il riscaldamento globale, ma anche una riflessione profonda sulle dinamiche delle relazioni umane in un contesto di crisi. La pellicola ci invita a considerare come la nostra società stia evolvendo e quali siano le conseguenze delle nostre azioni. Attraverso la lente della finzione, Zünd riesce a trasmettere un messaggio potente e urgente, spingendo lo spettatore a interrogarsi non solo sulle proprie esperienze di vita, ma anche sul futuro del pianeta e delle relazioni che ci legano gli uni agli altri.
