Trieste, 12 gennaio 2026 – La Corte di Cassazione, con una sentenza depositata il 18 novembre 2025, ha respinto il ricorso dell’avvocato Paolo Bevilacqua, difensore di Sebastiano Visintin, marito di Liliana Resinovich. La richiesta di un incidente probatorio per una nuova perizia medico-legale è stata giudicata “inammissibile” dai giudici della prima sezione penale, guidati da Giacomo Rocchi. Visintin è stato inoltre condannato a pagare le spese processuali e a versare 3mila euro alla Cassa delle Ammende, con la Corte che ha evidenziato responsabilità nella presentazione del ricorso.
Cassazione boccia la nuova perizia: niente incidente probatorio
Tutto nasce dalla morte di Liliana Resinovich, trovata senza vita a Trieste nel dicembre 2021, poche settimane dopo la sua scomparsa. Il marito, tramite il suo legale Bevilacqua, aveva chiesto un nuovo accertamento medico-legale, convinto che ci fossero elementi inediti che meritassero una verifica più approfondita. La difesa puntava a chiarire alcuni dubbi emersi durante le indagini.
Ma la Cassazione ha detto no. Nel testo della sentenza, lunga una quarantina di pagine, si spiega che la richiesta non aveva i requisiti giuridici e materiali per essere accolta. I giudici hanno sottolineato come la domanda fosse priva delle basi necessarie secondo la legge.
Ricorso “colpevole”: 3mila euro di multa e spese a carico di Visintin
Nel dispositivo, la Corte parla chiaro: ci sono “profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso”. In parole semplici, il ricorso non solo è stato rigettato, ma è stato anche giudicato mal formulato e infondato. Di conseguenza, oltre a dover sostenere le spese legali, Visintin dovrà pagare una sanzione di 3mila euro alla Cassa delle Ammende, un fondo che sostiene attività di giustizia e sociale.
Questa multa non è cosa comune. Viene applicata quando un ricorso viene considerato pretestuoso o senza basi solide, per scoraggiare chi tenta di abusare degli strumenti giudiziari.
Il caso Resinovich: una morte ancora avvolta nel mistero
La morte di Liliana Resinovich ha colpito profondamente Trieste e oltre. La donna, 63 anni, era sparita il 14 dicembre 2021; il suo corpo è stato ritrovato il 5 gennaio 2022 in un bosco vicino all’ex ospedale psichiatrico di San Giovanni. Da allora, le indagini hanno esplorato tutte le piste: suicidio, omicidio o incidente. Nessuna ipotesi è stata esclusa.
Familiari, amici, conoscenti sono stati ascoltati. Visintin ha sempre negato ogni coinvolgimento, chiedendo a gran voce ulteriori accertamenti. “Non mi arrendo – aveva detto davanti al tribunale di Trieste – voglio solo capire cosa è successo a mia moglie”.
Dopo la sentenza: le reazioni e il futuro del caso
Dopo la decisione della Cassazione, l’avvocato Bevilacqua ha dichiarato: “Prendiamo atto della decisione, ma crediamo ancora nella necessità di approfondire”. La Procura di Trieste, che si era già opposta alla richiesta di incidente probatorio, non ha rilasciato commenti ufficiali.
Il caso Resinovich resta aperto, sia sul piano umano che mediatico, anche se la strada per nuove perizie ora sembra sbarrata. “Abbiamo fatto tutto il possibile – ha detto Visintin ieri mattina, incontrato in via San Michele – ma non smetterò di cercare risposte”.
Nel frattempo, la città di Trieste continua a seguire ogni sviluppo con attenzione. In piazza Unità d’Italia, tra i passanti del sabato mattina, qualcuno si ferma ancora a parlare di questa vicenda. “Non si può dimenticare una storia così”, confida una signora con la spesa in mano. Ed è proprio questa la sensazione che resta: una domanda aperta, in attesa di una verità definitiva.
