Roma, 13 gennaio 2026 – Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi occupati, si è ritrovata al centro di un acceso dibattito sui social dopo una risposta secca a una domanda sulla repressione in Iran. L’episodio, avvenuto l’11 gennaio su X (ex Twitter), ha visto un’utente, “Anna” (@AnnaP1953), chiedere perché Albanese non avesse preso posizione sulle recenti violenze del regime iraniano. La replica, arrivata il giorno dopo, ha scatenato critiche e nuove polemiche.
Albanese risponde e infiamma i social
“Perché sono la relatrice Onu sul territorio Palestinese occupato. Non mi ‘spendo’. Mi dedico con rigore al mandato Onu conferitomi, e che svolgo GRATUITAMENTE, così come fa la mia collega, Mai Sato, relatrice Onu sull’Iran. La buona notizia è che l’alfabetismo funzionale si cura”, ha scritto Albanese su X, chiudendo così la questione sul suo coinvolgimento nella situazione iraniana. Una risposta netta, che non è passata inosservata, soprattutto tra chi segue da vicino la geopolitica.
A replicare pubblicamente è stato Michele Marelli, collaboratore di Limes e firma nota per i suoi approfondimenti sull’Iran. Condividendo lo screenshot della discussione, Marelli ha commentato: “La ‘nostra’ ha riscoperto i limiti territoriali del suo mandato, che però non sembravano un problema quando parlava del riarmo tedesco, delle redazioni assaltate, della Siria post-Assad e persino dell’Iran, ma solo quando a colpire era Israele. Ora i nodi vengono al pettine”. Un chiaro richiamo alle precedenti dichiarazioni di Albanese su temi non strettamente legati al suo incarico.
Il passato siriano e le accuse di incoerenza
Non è la prima volta che Francesca Albanese finisce sotto i riflettori per le sue parole su questioni internazionali. Nel dicembre 2024, ad esempio, era intervenuta su X sulla crisi siriana, dicendo: “Sarò sempre dalla parte delle vittime delle violazioni e degli abusi dei diritti umani, e mai dalla parte dei responsabili”. In quell’occasione, aveva espresso solidarietà al popolo siriano, ricordando gli “orrori e le tragedie senza fine” vissuti dalla popolazione.
Quell’intervento, più generale e non limitato al suo mandato sui Territori Palestinesi occupati, aveva suscitato reazioni miste ma anche apprezzamenti per la chiarezza. Oggi, invece, il silenzio sulla repressione in Iran viene letto da molti come un cambio di passo o una mossa per evitare nuovi guai.
Il mandato Onu sotto accusa
Secondo i critici, Marelli in testa, la posizione assunta da Albanese in questi giorni sembra in netto contrasto con quanto detto prima. “Nel caso della Siria – spiega Marelli – Albanese aveva scelto di parlare apertamente di vittime e carnefici. Adesso si limita a richiamare il suo mandato ufficiale”. Una discrepanza che riapre il dibattito sulla coerenza delle figure istituzionali internazionali e su come gestiscono pubblicamente i loro ruoli.
La stessa Albanese ha più volte sottolineato di agire “con rigore” rispettando i limiti del proprio incarico Onu. Ma proprio questa posizione – secondo alcuni – rischia di sembrare selettiva, quasi una scusa per evitare altre polemiche dopo quelle già esplose nel 2024.
Una discussione che non si placa
Questa vicenda mette in luce come il ruolo dei relatori speciali Onu sia spesso sotto la lente delle aspettative pubbliche, che vanno ben oltre i confini ufficiali dei loro mandati. Molti chiedono interventi chiari su tutte le crisi internazionali, mentre altri ricordano l’importanza di rispettare i limiti fissati dalle Nazioni Unite.
Nel frattempo, la discussione continua a infiammare social e ambienti accademici. “Non si può pretendere che ogni rappresentante Onu commenti ogni situazione”, ha fatto notare un docente di diritto internazionale dell’Università di Roma Tre. Resta però aperto il tema della coerenza nel comunicare e della percezione che il pubblico ha del ruolo delle istituzioni internazionali.
In attesa di sviluppi, Francesca Albanese continua a concentrarsi sul dossier palestinese. Ma il caso Iran – e le reazioni scatenate dalla sua risposta – segnano un nuovo capitolo nel delicato rapporto tra diplomazia internazionale e opinione pubblica digitale.
