Le frecce avvelenate di 60.000 anni fa: un’incredibile scoperta nel mondo delle armi antiche

Le frecce avvelenate di 60.000 anni fa: un'incredibile scoperta nel mondo delle armi antiche

Le frecce avvelenate di 60.000 anni fa: un'incredibile scoperta nel mondo delle armi antiche

Giada Liguori

Gennaio 14, 2026

Johannesburg, 14 gennaio 2026 – Nelle rocce di Umhlatuzana, in KwaZulu-Natal, sono state trovate punte di freccia in pietra risalenti a 60.000 anni fa con tracce di veleno vegetale. Una scoperta che, come racconta l’ultimo numero di Science Advances, cambia tutto quello che credevamo di sapere sull’uso delle armi avvelenate da parte dell’uomo preistorico. Si sposta indietro nel tempo di decine di migliaia di anni.

Le analisi sulle punte di quarzo svelano un antico veleno

Un team internazionale guidato dall’Università di Stoccolma e dall’Università di Johannesburg ha studiato dieci punte di quarzo trovate in uno strato archeologico datato a circa 60.000 anni fa. Cinque di queste mostrano residui di alcaloidi tossici, sostanze tipiche di alcune piante della famiglia delle Amaryllidaceae. In particolare, si pensa che il veleno provenga dalla Boophone disticha, una pianta ancora oggi riconosciuta per la sua tossicità e usata storicamente per avvelenare le frecce.

“Abbiamo trovato composti chimici che non possono essere spiegati semplicemente come materiale organico ambientale”, spiega Marlize Lombard, archeologa dell’Università di Johannesburg e coautrice dello studio. “Questi alcaloidi indicano che le piante sono state trattate apposta per estrarne il veleno”.

Un salto indietro nella storia delle armi avvelenate

Questa è la prova più antica finora trovata dell’uso di veleni applicati alle armi. Prima di oggi, il più antico ritrovamento risaliva a circa 24.000 anni fa, nel medio Olocene. Con questo nuovo dato, la storia della tecnologia umana si allunga di almeno 36.000 anni. Gli studiosi sottolineano come il veleno, che agisce lentamente, richieda una conoscenza approfondita delle piante e del comportamento della preda.

“Non basta riconoscere una pianta tossica”, aggiunge Lombard. “Bisogna anche sapere come estrarre il veleno e applicarlo in modo efficace sulle punte di freccia. E poi serve pazienza: il veleno non uccide subito, ma indebolisce piano piano l’animale, permettendo ai cacciatori di seguirlo finché non si stanca”.

La caccia preistorica diventa una strategia sofisticata

Secondo i ricercatori, l’uso di armi avvelenate segna una svolta fondamentale nelle capacità culturali e tecnologiche dell’uomo. La caccia di resistenza, in cui si insegue la preda fino allo sfinimento, richiede organizzazione e conoscenze naturali avanzate. “È la prova che già 60.000 anni fa i nostri antenati sapevano pianificare azioni complesse e usare le risorse della natura in modo intelligente”, sottolinea Lombard.

Le punte di freccia sono state recuperate durante scavi tra il 2011 e il 2015 nel rifugio roccioso di Umhlatuzana, un sito noto per i suoi ricchi reperti del tardo Pleistocene. Archeologi, chimici e botanici hanno lavorato insieme per escludere contaminazioni moderne e confermare l’antichità dei residui trovati.

Nuove prospettive sull’evoluzione umana

Questa scoperta dà un nuovo volto alla mente dei cacciatori-raccoglitori africani del Pleistocene. “L’uso dei veleni è un salto di qualità nelle tecniche di caccia”, spiega Lombard. “Non solo per la loro efficacia, ma perché richiedono trasmissione culturale e apprendimento condiviso”.

Gli autori dello studio aprono così la strada a nuove ipotesi sulla diffusione delle tecnologie complesse nell’Africa preistorica e sui legami tra diversi gruppi umani. “Probabilmente, queste pratiche erano già diffuse molto prima di quanto pensassimo”, conclude Lombard.

I ricercatori ora continueranno ad analizzare altri reperti da siti africani coevi, sperando di trovare conferme e nuovi dettagli sull’uso dei veleni nella preistoria. Nel frattempo, questo ritrovamento sudafricano si aggiunge come un tassello importante per capire l’ingegno e l’adattamento dei nostri antenati.