Roma, 14 gennaio 2026 – Dal 23 gennaio sarà disponibile su Netflix “Il falsario”, un film che prende spunto dalla figura misteriosa di Antonio Giuseppe Chichiarelli, meglio noto come “Toni della Duchessa”. Un artista e falsario che ha attraversato alcune delle pagine più oscure della storia italiana tra gli anni Settanta e Ottanta. Dietro la macchina da presa c’è Stefano Lodovichi, con Pietro Castellitto protagonista. Il film si propone di offrire al pubblico un ritratto inedito di un’epoca segnata da tensioni politiche, criminalità organizzata e sogni di rivoluzione.
Toni della Duchessa: tra mito e realtà
Durante la presentazione romana, il regista Lodovichi ha chiesto al pubblico di “dimenticare la verità per un momento”. Il suo Toni non è una copia esatta del vero Chichiarelli, ma un personaggio romanzato. “Un avventuriero un po’ guascone, imperfetto, a volte un ragazzino smarrito”, ha raccontato il regista. Il protagonista si muove in una Roma ricostruita con cura, fatta di vicoli popolari e locali fumosi, in un’atmosfera sospesa tra droga, politica, ideologie e rock.
Dalla provincia a Roma: sogni e compromessi
Nel film, Toni arriva a Roma con due amici d’infanzia: un operaio interpretato da Pierluigi Gigante e un giovane prete, ruolo affidato a Andrea Arcangeli. Tutti e tre sognano di sfondare nel mondo dell’arte, ma la città li mette subito davanti a scelte difficili e tentazioni. L’incontro con una gallerista – Giulia Michelini – segna una svolta per Toni: scoperto il suo talento nel copiare quadri, lei lo introduce nel giro dei falsari. Da lì il passo verso il crimine organizzato è breve.
Anni di piombo: tra Brigate Rosse e Banda della Magliana
La storia si intreccia con alcuni eventi chiave degli anni di piombo. Toni si trova coinvolto nella falsificazione del famoso comunicato del Lago della Duchessa, attribuito alle Brigate Rosse, e frequenta ambienti legati alla Banda della Magliana (Edoardo Pesce interpreta uno dei boss). Non mancano riferimenti ai servizi segreti e ai gruppi dell’estrema destra, in un quadro che racconta la complessità di quegli anni.
Un’epoca di utopie e disincanto
“Temevamo che Toni diventasse più una metafora che una persona vera”, ha ammesso Pietro Castellitto durante la conferenza stampa. L’attore ha spiegato di aver voluto restituire lo spirito di un tempo “molto vivo, in cui tutti avevano la sensazione che il mondo si potesse davvero cambiare”. Un netto contrasto con oggi: “I giovani di adesso vedono il futuro come un libro già scritto, allora invece era tutto da scrivere”, ha confidato Castellitto. Sul set si è concentrato solo sulla recitazione: “Amo stare sul set, soprattutto con un cast così. Tornerò a dirigere più preparato di prima”.
Dietro le quinte: ispirazione e cast
“Il falsario” è prodotto da Cattleya ed è tratto dal libro “Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo” di Nicola Biondo e Massimo Veneziani. La sceneggiatura porta la firma di Lodovichi insieme a Sandro Petraglia, già noto per storie legate alla memoria collettiva italiana. Nel cast ci sono anche Aurora Giovinazzo e Claudio Santamaria, volti noti del cinema italiano.
Un tuffo nella Roma degli anni di piombo
Lodovichi ha raccontato che il progetto è nato dopo una lunga riflessione: “Volevo raccontare bene quel periodo, come hanno fatto grandi autori prima di me”, ha spiegato. L’idea era restituire la vitalità di una generazione ancora innamorata della politica e della cosa pubblica. Il risultato è un film che mescola realtà e finzione, cronaca nera e romanzo di formazione, offrendo uno sguardo nuovo su un’epoca che continua a farci riflettere.
Dal 23 gennaio su Netflix, “Il falsario” ci riporta nella Roma inquieta degli anni Settanta, tra sogni infranti e illusioni mai del tutto spente.
