Milano, 14 gennaio 2026 – Dal prossimo 7 giugno in Italia cambierà il modo in cui i lavoratori possono informarsi sulle retribuzioni aziendali. È questa la scadenza fissata dall’Unione Europea per recepire la Direttiva Ue 2023/970, pensata per rafforzare la parità salariale tra uomini e donne grazie a una maggiore trasparenza. Ma cosa significa davvero tutto questo? E sarà possibile scoprire quanto guadagna il collega di fianco?
Parità salariale: cosa cambia con la nuova direttiva europea
L’avvocato Antonella Lo Sinno, managing partner dello studio legale Daverio & Florio, spiega che la nuova legge europea, che l’Italia dovrà adottare entro il 7 giugno (come previsto dalla legge delega del 21 febbraio 2024, n. 15), riconosce ai lavoratori il diritto di ottenere informazioni più chiare sulle retribuzioni medie nella propria azienda. “I dipendenti avranno nuovi strumenti per capire se esistono differenze di stipendio legate al genere rispetto ai colleghi”, dice Lo Sinno ad Adnkronos/Labitalia.
Ma attenzione: non si tratta di conoscere il guadagno preciso di un singolo collega. La direttiva prevede che si possano chiedere solo dati aggregati. In pratica, secondo l’articolo 7, ogni lavoratore può richiedere al datore di lavoro informazioni scritte sul proprio stipendio e sui salari medi – distinti per sesso – delle persone che fanno lo stesso lavoro o uno equivalente.
Retribuzioni trasparenti ma rispettando la privacy
Questo passo avanti nella lotta alle disuguaglianze salariali non significa però che si potrà sbirciare nel portafoglio altrui. “Non si potrà sapere quanto prende esattamente il collega”, sottolinea Lo Sinno. “Si potranno chiedere dati complessivi, divisi tra uomini e donne, per gruppi di lavoratori simili, così da avere un confronto chiaro ma senza ledere la privacy”.
L’idea è proprio quella di trovare un equilibrio: più trasparenza senza compromettere la riservatezza. Solo in casi particolari, quando i dati potrebbero far risalire allo stipendio di una singola persona, la direttiva consente agli Stati di limitare l’accesso alle informazioni, riservandolo a chi rappresenta i lavoratori o agli ispettori del lavoro.
Come cambierà la vita nelle aziende
Per le imprese italiane, questa novità significa dover organizzare e mettere a disposizione dati sulle retribuzioni in modo chiaro e aggregato. Un passaggio che richiederà qualche aggiustamento nelle procedure interne. “Le aziende dovranno prepararsi a rispondere alle richieste dei dipendenti”, osserva Lo Sinno, “creando strumenti e regole per rispettare le nuove norme”.
Sul campo, la misura potrebbe influire sul clima tra colleghi. Alcuni si sentiranno più sicuri a chiedere spiegazioni sul proprio stipendio confrontandosi con dati concreti. Altri, invece, potrebbero temere tensioni o discussioni. Ma secondo l’avvocato, “la direttiva punta proprio a evitare scontri personali, favorendo un dialogo basato su numeri chiari e collettivi”.
Il futuro dopo il 7 giugno: cosa aspettarsi
Ora si attende di vedere come il Parlamento italiano tradurrà nel dettaglio la direttiva e quali saranno le modalità precise per accedere alle informazioni. Si prevede che il diritto all’informazione si eserciterà con una semplice richiesta scritta al datore di lavoro, che dovrà rispondere entro tempi ragionevoli con dati aggiornati.
Nel frattempo, sindacati e associazioni di categoria seguono da vicino l’evoluzione legislativa, con l’obiettivo di ridurre il gender pay gap e diffondere una cultura di maggiore trasparenza sugli stipendi. “Solo allora – conclude Lo Sinno – potremo capire se questa norma riuscirà davvero a cambiare qualcosa nella parità salariale in Italia”.
