Roma, 15 gennaio 2026 – In Italia ci sono più di 1,5 milioni di pensioni che vengono pagate da oltre trent’anni. A rivelarlo è il Rapporto di Itinerari Previdenziali su previdenza e assistenza, presentato oggi alla Camera. Nel dettaglio, circa 400mila pensioni sono in pagamento da più di 42 anni, mentre oltre 700mila hanno superato i 40 anni di erogazione. Parliamo di pensioni di invalidità previdenziale, di vecchiaia – comprese quelle per anzianità e anticipate – e di pensioni ai superstiti. Un dato che mette in luce quanto queste prestazioni durino nel tempo, ma che apre anche a dubbi sulla tenuta del sistema nel futuro.
Le pensioni durano sempre di più
Il rapporto evidenzia come le pensioni di anzianità, anticipate, i prepensionamenti e le cosiddette Quote durino in media più di 31 anni. Le pensioni di vecchiaia si fermano a poco più di 25 anni, mentre le pensioni di reversibilità superano i 14 anni. Dietro a questi numeri ci sono, spiegano gli esperti, le «eccessive anticipazioni del passato» e le riforme varate negli ultimi dodici anni. Alberto Brambilla, presidente del centro studi, spiega: «Sono numeri che raccontano scelte politiche e sociali accumulate nel tempo».
Spesa previdenziale in crescita, ma il saldo migliora
Nel 2024 la spesa previdenziale ha toccato quota 286 miliardi di euro, segnando un aumento del 7,1% rispetto all’anno precedente. A spingere questo aumento è stato soprattutto il recupero dell’inflazione, che ha fatto lievitare gli adeguamenti degli assegni. Dall’altro lato, però, la crescita dell’occupazione e dei salari ha portato a un aumento dei contributi versati, che sono arrivati a 260,59 miliardi. Il saldo previdenziale resta negativo, ma migliora: si passa dai -30,72 miliardi del 2023 ai -25,55 miliardi dell’ultimo dato. «Un segnale di tenuta – si legge nel rapporto – ma non è il momento di abbassare la guardia».
Rapporto attivi-pensionati ai massimi storici
Un dato che salta all’occhio è il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati, che ha raggiunto il valore record di 1,4758. Mai era stato così alto nella serie storica del rapporto. Brambilla sottolinea: «È un indicatore importante perché segnala una maggiore sostenibilità del sistema nel breve periodo». Ma avverte anche che il futuro dipenderà dalla capacità di affrontare quella che il documento definisce la «più grande transizione demografica di tutti i tempi». Fondamentale sarà controllare sia l’età pensionabile sia la mescolanza tra previdenza e assistenza, un fenomeno che si è fatto più evidente negli ultimi anni.
La sfida demografica e la produttività ferma
Il rapporto mette in guardia sull’invecchiamento della popolazione italiana. L’obiettivo indicato dagli esperti è arrivare a un rapporto di 1,6-1,7 lavoratori attivi per ogni pensionato. Le previsioni dicono che questo parametro migliorerà lentamente nei prossimi anni. Ma per far sì che ciò accada davvero, serve puntare su politiche industriali capaci di rilanciare la produttività nazionale.
«Il tasso di occupazione è da record – ammette Brambilla – ma resta tra i più bassi d’Europa». Il divario tra domanda e offerta di lavoro continua a essere un problema. Solo con interventi mirati sulle politiche attive per il lavoro, spiegano gli autori del rapporto, si potrà consolidare quanto di buono è stato fatto e garantire la tenuta del sistema previdenziale.
Previdenza e assistenza, un equilibrio fragile
Sulla questione della commistione tra previdenza e assistenza, il rapporto invita a riflettere. Negli ultimi anni molte prestazioni sono state erogate senza una chiara corrispondenza con i contributi versati. Questo rischia di mettere sotto pressione i conti pubblici a lungo termine. «Serve chiarezza sui ruoli – conclude Brambilla – e una netta distinzione tra chi ha maturato diritti previdenziali e chi invece ha bisogno di sostegno assistenziale».
Il quadro che emerge è quello di un sistema che, per ora, regge. Ma la sfida demografica e la necessità di rilanciare la produttività restano questioni cruciali per il futuro della previdenza italiana.
