Garlasco: errori nell’inchiesta e il vero tema della riforma della giustizia

Garlasco: errori nell'inchiesta e il vero tema della riforma della giustizia

Garlasco: errori nell'inchiesta e il vero tema della riforma della giustizia

Matteo Rigamonti

Gennaio 15, 2026

Milano, 15 gennaio 2026 – Quando Giorgia Meloni, dal palco di Atreju, ha chiamato a votare al referendum sulla riforma della giustizia “per evitare un’altra vergogna come il caso Garlasco”, ha riacceso i riflettori su uno dei processi più discussi degli ultimi vent’anni. L’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto a Garlasco il 13 agosto 2007, è spesso citato come esempio di una giustizia lenta e incerta. Ma il legame tra quella vicenda e la riforma proposta dal ministro Carlo Nordio – soprattutto sulla separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante – non regge a un esame attento dei fatti.

Garlasco: un simbolo, ma senza un vero collegamento con la riforma

Nel dibattito pubblico, il caso Garlasco è diventato un simbolo potente. Non tanto per quello che prevede la riforma, quanto per l’immagine di una giustizia lenta e piena di errori. La vicenda che ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi continua a dividere l’opinione pubblica, riaprendosi ciclicamente con nuove perizie e dubbi che non si spengono mai. “È l’emblema di un sistema che non funziona”, dicono i sostenitori del Sì al referendum. Ma la realtà è più complessa: le modifiche proposte non toccano direttamente le dinamiche dell’inchiesta su Garlasco.

Separazione delle carriere: cosa cambia davvero?

Chi appoggia la riforma sostiene che la separazione delle carriere renderebbe i pubblici ministeri più esperti e le indagini più precise. Ma questo legame sembra forzato, se si guarda a quello che succede oggi. Proprio intorno al caso Garlasco, la magistratura mostra la sua indipendenza: il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, ha deciso di riaprire un fascicolo chiuso da altri magistrati, oltre dieci anni dopo la condanna di Stasi. Nel frattempo, la procura di Brescia indaga sull’ex procuratore di Pavia, Mario Venditti, per sospetti di corruzione in atti giudiziari. Due iniziative autonome che dimostrano come il sistema, almeno in parte, sappia già correggersi da solo.

I buchi nell’inchiesta originale

Restano però molte ombre sull’indagine iniziale. Secondo le ultime analisi, l’inchiesta su Garlasco è stata segnata da diverse lacune: prove trascurate, oggetti mai esaminati, piste abbandonate troppo in fretta. Un esempio su tutti: il cestino della spazzatura nella cucina dei Poggi, mai controllato all’epoca. Solo anni dopo è spuntato il Dna di Stasi su una confezione di Estathé. Poi c’è la ricostruzione dell’aggressione: i consulenti della famiglia Poggi sostengono che l’attacco potrebbe essere iniziato proprio in cucina, dove sono state trovate tracce di Stasi. E ancora: gli abiti che Chiara indossava quella mattina, oggi considerati importanti dai periti, non furono mai analizzati a fondo.

Riforma e indagini: due strade parallele

La domanda è sempre la stessa: la separazione delle carriere avrebbe evitato questi errori? Non lo sappiamo. Nessuno può assicurare che un pubblico ministero “separato” da un giudice avrebbe lavorato con più attenzione o rigore scientifico. “Non è detto che la riforma avrebbe cambiato qualcosa in casi come questo”, confida un magistrato milanese che preferisce non farsi riconoscere. In realtà, la riforma riguarda anche altri aspetti: la creazione di due Consigli Superiori della Magistratura distinti, l’estrazione a sorte dei membri e l’istituzione dell’Alta corte disciplinare. Questioni importanti, ma che poco hanno a che vedere con le falle investigative di Garlasco.

Il rischio di strumentalizzare il caso Garlasco

Prendere il caso Garlasco come simbolo per spingere la riforma rischia di confondere le acque. Si corre il rischio di trasformare una vicenda complessa – e dolorosa – in un’arma politica. “Così si finisce solo per aumentare sfiducia e rabbia”, osserva un avvocato di Pavia che ha seguito da vicino il processo. In fondo, il vero nodo resta la capacità del sistema giudiziario di imparare dai propri errori e di correggersi nel tempo. Il referendum promette cambiamenti importanti, ma non può riscrivere il passato né cancellare le ombre di casi come quello di Garlasco. Forse solo così si potrà parlare davvero di riforme, senza slogan o scorciatoie.