Roma, 15 gennaio 2026 – Ieri alla Camera, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha fatto il punto sull’arresto di Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese. Hannoun è accusato di terrorismo internazionale e, come ha detto il ministro, è considerato il “capo della cellula italiana di Hamas”. Le autorità italiane lo hanno tenuto d’occhio per anni, dopo indagini e segnalazioni che hanno portato all’operazione del 27 gennaio scorso, con l’arresto di nove persone legate ad attività terroristiche.
Hannoun e la rete sotto la lente
Il ministro ha spiegato che tutto è partito da alcune segnalazioni su movimenti di denaro sospetti. La Guardia di Finanza, attraverso il Gico, ha seguito la pista dei beni e dei soldi, mentre la Digos ha approfondito i legami con Hamas. “Il lavoro con le forze europee e l’antiterrorismo israeliano è stato decisivo”, ha detto Piantedosi. L’inchiesta ha ricostruito un sistema di raccolta fondi con base a Genova: soldi che, secondo l’accusa, venivano inviati a Gaza e destinati a strutture collegate ad Hamas.
Il ministro ha sottolineato come dietro la facciata di attività benefiche si nascondesse un vero e proprio appoggio alle azioni terroristiche. “Dal 2003 al 2021 ci sono state diverse indagini”, ha ricordato, criticando chi, anche con buone intenzioni, ha sottovalutato la situazione e mostrato “una vicinanza acritica” a persone coinvolte.
Il nodo delle prove raccolte durante i bombardamenti a Gaza
Il 21 gennaio, davanti al tribunale del Riesame di Genova, si deciderà sul caso. Gli avvocati di Hannoun, Nicola Canestrini ed Emanuele Tambuscio, puntano a contestare alcune prove. Il punto chiave riguarda i documenti finanziari che proverebbero il trasferimento di fondi a Hamas: molti sono stati ottenuti dall’intelligence israeliana durante l’operazione “Piombo fuso”, dopo gli attacchi del 7 ottobre.
La difesa sostiene che quei documenti, firmati da un agente noto solo come “Avi”, non possono essere verificati né si può sentire in aula chi li ha raccolti. Un problema serio, che potrebbe mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. Gli avvocati hanno spiegato: “Non si può accertare l’autenticità di questi atti”. Inoltre, i conti di Hannoun sono stati bloccati solo dopo il 2023.
Finanziamenti in contanti e la linea della giustizia italiana
Un altro tema caldo riguarda i soldi portati in contanti a Gaza da Osama Alisawi, ex ministro nel governo di Hamas tra il 2007 e il 2014. La contabilità che ha presentato – parte dell’inchiesta – include spese che vanno dai sacchi di farina alle “adozioni degli orfani”. Secondo il Gip, però, anche queste attività sarebbero legate al terrorismo, perché gestite da un esponente di Hamas.
Qui entra in gioco una questione importante: in Italia chi finanzia o partecipa ad azioni terroristiche rischia condanne pesanti. Ma la difesa punterà a dimostrare che quelle iniziative erano di natura umanitaria e che bisogna fare chiarezza tra aiuti civili e sostegno a gruppi armati.
Intercettazioni e accuse che pesano
Le accuse contro Hannoun non si fermano ai soldi. L’inchiesta si basa anche su intercettazioni in cui si parla apertamente di Hamas e della vicinanza all’organizzazione. La battaglia in tribunale è solo agli inizi. “Lo Stato ha colpito una rete terroristica attiva in Italia”, ha ribadito Piantedosi.
Il ministro ha poi ricordato i risultati del governo contro il terrorismo: “Dall’inizio della legislatura sono stati espulsi 217 soggetti pericolosi”. Un numero che, secondo il Viminale, dimostra la fermezza delle istituzioni nel proteggere la sicurezza nazionale.
L’udienza davanti al Riesame sarà il primo vero test per le prove raccolte, tra dubbi sulla loro origine e il delicato confine tra solidarietà e complicità.
