San Diego, 16 gennaio 2026 – L’età cambia il modo in cui il nostro corpo reagisce alle infezioni: quello stesso meccanismo che nei giovani protegge, negli anziani può invece diventare un problema. A dirlo è uno studio pubblicato su Nature, guidato dal Salk Institute for Biological Studies di La Jolla, California, che ha confrontato la risposta immunitaria di topi giovani e anziani davanti a infezioni batteriche gravi. I risultati, seppur da confermare nell’uomo, aprono la strada a trattamenti pensati su misura per l’età.
Immunità, giovani e anziani a confronto
Il gruppo di ricerca, guidato da Janelle Ayres, è partito da una domanda semplice ma cruciale: quei geni che ci difendono da giovani, possono diventare pericolosi col passare degli anni? La teoria della pleiotropia antagonista spiega proprio questo: alcuni geni sono utili all’inizio della vita, ma più avanti possono fare danni. Un compromesso evolutivo in cui i benefici iniziali pesano più degli effetti negativi dopo.
Per mettere alla prova questa idea, i ricercatori hanno infettato gruppi di topi giovani e anziani con due batteri che spesso causano sepsi nell’uomo. La sepsi è una condizione seria: il sistema immunitario, nel tentativo di combattere l’infezione, può reagire esagerando e danneggiare organi vitali. Tutti i topi hanno ricevuto la stessa dose di batteri, ma le risposte sono state molto diverse.
FoxO1 e MuRF1: proteine con due facce
Nei topi giovani, l’infezione ha causato cuori ingrossati e congestione in vari organi. Negli anziani, invece, i cuori erano più piccoli. Gli scienziati hanno scoperto che due proteine, FoxO1 e MuRF1, giocano un ruolo chiave. Nei giovani, queste proteine proteggono il cuore durante la sepsi; negli anziani, invece, peggiorano la situazione.
“Abbiamo visto che bloccando FoxO1 e MuRF1 nei topi anziani si migliora la sopravvivenza,” ha spiegato Ayres. “Ma se facciamo lo stesso nei giovani, succede il contrario.” In pratica: ciò che aiuta a vent’anni può diventare un ostacolo a settanta.
Trattamenti calibrati sull’età
Gli autori dello studio sottolineano che questi risultati indicano la necessità di terapie contro la sepsi – e forse altre infezioni – adattate all’età del paziente. “Non possiamo più pensare a cure uguali per tutti,” ha detto Ayres. “Serve un approccio su misura.”
Per ora, però, si tratta di dati ottenuti su animali. “Serve altro lavoro per capire se vale anche per gli esseri umani,” hanno precisato dal Salk Institute. La cautela è d’obbligo: il sistema immunitario umano è più complicato di quello dei topi, e i fattori in gioco sono molti.
La medicina del domani passa dall’età
Questa ricerca fa riflettere su come cambierà la medicina con l’invecchiamento della popolazione. Se i meccanismi di difesa si modificano con gli anni, anche prevenzione e cura dovranno cambiare. “Non basta più guardare solo al tipo di infezione o alla sua gravità,” ha aggiunto Ayres. “L’età del paziente diventa una variabile decisiva.”
Nel laboratorio californiano si lavora già a nuovi esperimenti per capire meglio il ruolo di FoxO1 e MuRF1 nell’uomo. Intanto, la comunità scientifica segue con attenzione i dati pubblicati su Nature. “Uno studio che ci costringe a rivedere molte certezze,” ha detto un immunologo dell’Università di Milano, non coinvolto nella ricerca.
Cosa ci aspetta: sfide e opportunità
Resta da vedere se e come questi risultati potranno tradursi in nuove cure per le persone. “La strada è lunga,” ammettono gli autori. Ma il messaggio è chiaro: quando si parla di risposta alle infezioni, l’età non è solo un numero. Forse, un giorno, anche un’infezione comune verrà affrontata in modo diverso a seconda che si sia giovani o anziani.
Per ora, la ricerca continua tra i laboratori di La Jolla e le pagine delle riviste scientifiche. Ma la domanda resta aperta: come cambierà la medicina quando dovrà fare i conti con il tempo che passa?
