Washington, 16 gennaio 2026 – «Tornerò in Iran, sono l’unico che può garantire la transizione». Così, ieri pomeriggio a Washington, durante una conferenza stampa, Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià di Persia, ha rilanciato la sua presenza sulla scena politica internazionale. L’ex erede al trono, oggi 65 anni, ha detto di sentirsi chiamato in causa dalle piazze iraniane, dove – a suo dire – il suo nome è tornato a circolare tra i manifestanti che chiedono un cambio di regime. Una dichiarazione che arriva in un momento delicato per la Repubblica islamica, attraversata da proteste e tensioni interne.
Pahlavi pronto a tornare: “Il potere degli ayatollah cadrà”
Nel corso dell’incontro con i giornalisti, organizzato in un hotel nel centro di Washington, Pahlavi ha risposto con tono deciso. «Il potere degli ayatollah cadrà», ha detto senza mezzi termini, sostenendo che la sua figura può garantire una transizione ordinata verso un sistema più aperto. «Non sono qui per vendette o rivalse», ha aggiunto, «ma per aiutare il mio Paese a ritrovare stabilità e dignità».
Negli ultimi mesi il suo nome è riemerso con forza sui social iraniani e nelle proteste di piazza. Testimonianze raccolte da attivisti parlano di slogan e cartelli visti a Teheran, Isfahan e Shiraz che invocano il ritorno della monarchia o comunque una leadership alternativa a quella degli attuali vertici religiosi.
Iran in fibrillazione: proteste e repressione senza fine
L’Iran attraversa una fase di forte instabilità. Le proteste, nate nell’autunno del 2022 dopo la morte di Mahsa Amini, non si sono mai spente davvero. Solo nell’ultimo anno, dicono fonti come Human Rights Watch, sono stati arrestati oltre 500 manifestanti e ci sono state decine di vittime. Il governo di Ebrahim Raisi ha risposto con durezza, ma il malcontento resta alto, alimentato anche dalla crisi economica e dalle restrizioni sociali.
In questo clima, la figura di Pahlavi torna a essere evocata da una parte dell’opinione pubblica. «La gente è stanca delle promesse non mantenute», racconta un attivista di Tabriz raggiunto al telefono. «Molti giovani non hanno vissuto l’epoca dello scià, ma cercano un simbolo diverso dagli ayatollah».
Reazioni dal mondo e dubbi sulle prospettive
Le parole di Reza Pahlavi non sono passate inosservate oltre i confini iraniani. A Washington, alcuni parlamentari hanno mostrato sostegno alla causa dei manifestanti. «Il popolo iraniano merita libertà e democrazia», ha detto la deputata Anna Eshoo, di origini armene e da tempo attenta al Medio Oriente. Tuttavia, molti analisti sono cauti: un ritorno della monarchia sembra poco probabile nel breve termine, e la diaspora iraniana resta divisa sul futuro.
Intanto, il governo di Teheran non ha commentato ufficialmente le parole di Pahlavi. Fonti vicine all’esecutivo hanno definito «priva di fondamento» l’ipotesi di un suo ritorno in patria. In passato, le autorità iraniane lo hanno più volte accusato di alimentare disordini dall’estero.
Un’eredità che divide: tra speranze e ricordi
Figlio dell’ultimo scià, deposto nel 1979 dalla rivoluzione islamica guidata da Khomeini, Reza Pahlavi vive in esilio da oltre quarant’anni. Negli Stati Uniti ha costruito una rete tra gli esuli iraniani e partecipa regolarmente a incontri pubblici e interviste. Il suo ruolo resta però controverso: per alcuni è un punto di riferimento per una possibile transizione democratica, per altri è troppo distante dalla realtà del Paese.
«Non posso restare indifferente davanti alle sofferenze del mio popolo», ha detto ieri ai giornalisti. Eppure, nelle strade di Teheran la sua figura continua a dividere: per alcuni è solo un ricordo di un passato lontano, per altri una speranza ancora fragile. Solo il tempo potrà dire se le sue parole troveranno davvero ascolto tra chi oggi chiede un cambiamento in Iran.
