Roma, 16 gennaio 2026 – Sigfrido Ranucci, volto noto della Rai e conduttore di Report, ha acceso i riflettori sull’inchiesta che coinvolge i vertici dell’Autorità Garante della Privacy. In un’intervista a La Stampa, Ranucci ha sollevato dubbi sulla gestione delle risorse pubbliche da parte dei dirigenti dell’ente, puntando il dito su spese giudicate fuori luogo e su una presunta mancanza di indipendenza dalla politica.
Spese sospette e ombre sulla gestione
Secondo quanto riferito da Ranucci, il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, avrebbe speso circa 6 mila euro dal macellaio per acquisti destinati alla sua abitazione a Salerno. “Quanti sono in famiglia?”, si è chiesto il giornalista, sottolineando come la cifra sembri fuori misura rispetto a esigenze personali. Non solo: la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni avrebbe invece usato fondi pubblici per pagare il conto dal parrucchiere. Dettagli che, per Ranucci, mettono in dubbio la trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche.
Dimissioni? Il nodo vero è la politica
Ma, come ha evidenziato lo stesso Ranucci, le spese contestate non sarebbero la vera ragione per cui i vertici dovrebbero lasciare. Il giornalista ha puntato i riflettori su un episodio che coinvolge il componente Agostino Ghiglia, accusato di aver usato impropriamente l’auto di servizio per andare alla sede di Fratelli d’Italia, dove avrebbe ricevuto “istruzioni” da Arianna Meloni. “È la prova della loro dipendenza dalla politica, della totale mancanza di imparzialità”, ha detto Ranucci. Un’accusa pesante, che mette direttamente in discussione il rapporto tra l’Autorità e i partiti.
Il silenzio del governo e le accuse di complicità
Sul fronte governativo, finora nessuna reazione. Ranucci ha spiegato di capire l’imbarazzo dell’esecutivo, ma ha aggiunto: “Chi tace è complice, ha usato il Garante come braccio armato per colpire giornalisti e libertà di stampa”. Per il conduttore di Report, alcune decisioni dell’Autorità Garante sarebbero state “chiaramente pilotate dalla politica”, come nel caso della sanzione alla Rai dopo l’inchiesta sul ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Un passaggio che, secondo Ranucci, lascia aperta l’ipotesi di una certa ricattabilità degli attori istituzionali coinvolti.
Un ente che si crede intoccabile
“Si sentono intoccabili e impuniti”, ha aggiunto Ranucci parlando dei vertici dell’Autorità. L’ente, secondo lui, è diventato un “braccio armato della politica”, con una gestione delle risorse pubbliche definita “sperperata” e decisioni spesso sbagliate. Una situazione che, sempre secondo il giornalista, nasce da un mix di incapacità e di un legame troppo stretto con gli interessi politici.
Cosa succederà?
Al momento, nessuna presa di posizione ufficiale da parte degli interessati. La vicenda resta sotto osservazione, sia dagli addetti ai lavori sia dall’opinione pubblica. Ranucci si dice scettico su un intervento risolutivo: “Se non ci sarà un blitz della politica – cosa che non mi aspetto – non se ne andranno mai. Tu rinunceresti a 250 mila euro all’anno per poi doverti cercare un altro lavoro?”. Una domanda che lascia capire quanto sia difficile immaginare dimissioni spontanee senza pressioni esterne.
Il caso del Garante della Privacy si inserisce così in un quadro più ampio di riflessione sul rapporto tra istituzioni indipendenti e politica. In attesa di sviluppi concreti, resta forte il dubbio sulla reale autonomia degli organismi chiamati a vigilare su temi delicati come la tutela dei dati personali e la libertà di stampa.
