Yoon, l’ex presidente di Seul, condannato a cinque anni di carcere: cosa significa per la politica sudcoreana

Yoon, l'ex presidente di Seul, condannato a cinque anni di carcere: cosa significa per la politica sudcoreana

Yoon, l'ex presidente di Seul, condannato a cinque anni di carcere: cosa significa per la politica sudcoreana

Matteo Rigamonti

Gennaio 16, 2026

Seul, 16 gennaio 2026 – Yoon Suk-yeol, ex presidente della Corea del Sud, è stato condannato a cinque anni di carcere dal Tribunale distrettuale centrale di Seul. La sentenza, letta oggi alle 10.30 ora locale, riguarda una serie di accuse che vanno dall’ostruzione alla giustizia fino ai reati legati alla dichiarazione della legge marziale del 3 dicembre 2024, un evento che ha segnato profondamente la recente storia politica del Paese.

Cinque anni di carcere per Yoon: le accuse

Il collegio giudicante, guidato dal giudice Kim Jae-hyun, ha ritenuto Yoon colpevole di aver “ostacolato il normale funzionamento della giustizia” e di aver agito “contro i principi costituzionali” durante la crisi che ha portato alla legge marziale. Nel dispositivo letto in aula si parla di un abuso di potere da parte dell’ex presidente che avrebbe creato “un clima di confusione e tensione” in Corea del Sud.

Le indagini, partite nel gennaio 2025, hanno ricostruito una serie di decisioni che, secondo la procura, hanno aggravato il caos istituzionale nelle ore successive alla dichiarazione di emergenza. “Yoon ha preso decisioni senza consultare il Parlamento e senza informare le principali autorità di sicurezza nazionale”, ha detto il procuratore capo Lee Min-ho durante la requisitoria.

Dalla destituzione alla condanna: il lungo iter

La sentenza arriva a meno di un anno dalla destituzione di Yoon Suk-yeol, rimosso dall’incarico nell’aprile 2025 dopo un impeachment votato dall’Assemblea Nazionale e confermato dalla Corte costituzionale. Tutto era partito proprio dagli effetti della legge marziale, che aveva scatenato scontri nelle strade di Seul e in altre grandi città come Busan e Gwangju.

“Non potevamo chiudere gli occhi davanti alle violazioni dei diritti fondamentali e alla mancanza di trasparenza”, aveva detto all’epoca Park Jin-woo, presidente dell’Assemblea. La popolazione, divisa tra chi sosteneva Yoon e chi lo contestava, ha seguito con attenzione ogni fase del processo. Nei giorni successivi alla destituzione, migliaia di persone si erano radunate davanti al Palazzo Blu, sede della presidenza, per chiedere chiarezza sulle responsabilità.

Reazioni e cosa succede adesso

La condanna di oggi è solo il primo capitolo di un percorso giudiziario ancora aperto per Yoon Suk-yeol. L’ex presidente, presente in aula con i suoi avvocati, ha ascoltato il verdetto senza fare commenti. All’uscita, uno dei suoi legali ha annunciato: “Faremo ricorso. Crediamo che le prove non siano state valutate correttamente”.

Sul fronte politico, la sentenza ha riacceso il dibattito su come gestire le crisi istituzionali in Corea del Sud. “È il momento di fare un serio esame sulle responsabilità dei vertici”, ha detto la deputata Kim Hye-jin, della commissione giustizia. Molti osservatori sottolineano come il caso Yoon abbia mostrato le debolezze del sistema di equilibri tra i poteri dello Stato.

Il rischio della pena di morte

Ma i guai giudiziari per Yoon non finiscono qui. L’ex capo dello Stato è imputato in un secondo processo, ancora più delicato, per insurrezione. È legato agli scontri armati avvenuti subito dopo la legge marziale. Se fosse riconosciuto colpevole, rischierebbe la pena di morte, una prospettiva che ha scosso l’opinione pubblica e diviso anche gli esperti di diritto.

Fonti giudiziarie dicono che la sentenza su questo secondo procedimento dovrebbe arrivare entro fine marzo. Intanto, Yoon rimarrà in carcere a Seul Sud, dove è stato portato subito dopo la condanna di oggi.

Un Paese diviso tra memoria e futuro

La vicenda giudiziaria di Yoon Suk-yeol arriva in un momento delicato per la democrazia sudcoreana. Le immagini delle proteste di dicembre 2024 sono ancora ben presenti nella memoria collettiva: strade bloccate, mezzi militari davanti ai palazzi istituzionali, cittadini in fila per avere informazioni. “Non dimenticheremo quei giorni”, racconta Lee Sun-hee, insegnante di Seul che partecipò alle manifestazioni.

Mentre la giustizia va avanti, la Corea del Sud si interroga sul proprio futuro istituzionale. E su come evitare che crisi simili possano ripetersi.