Amsterdam, 17 gennaio 2026 – Un gruppo di ricerca dell’Università di Wageningen, nei Paesi Bassi, ha riportato in vita un enzima antico della cannabis, risalente a milioni di anni fa. Hanno ricostruito la sequenza originale del gene che lo produceva. Il risultato, appena pubblicato su Plant Biotechnology Journal, apre nuove strade sia per capire l’evoluzione della pianta sia per lo sviluppo di nuovi farmaci.
L’enzima della cannabis che torna dal passato
Gli scienziati, guidati da Robin van Velzen, si sono concentrati sulle cannabinoidi ossidociclasi, una famiglia di enzimi fondamentali per produrre composti come tetraidrocannabinolo (THC), cannabidiolo (CBD) e cannabicromene (CBC). “Volevamo scoprire come si sono evoluti questi enzimi e cosa sapevano fare originariamente”, ha raccontato van Velzen, spiegando come hanno ricostruito il gene ancestrale.
Partendo dal confronto del DNA delle piante moderne, il team è riuscito a risalire al gene primitivo e a sintetizzare in laboratorio l’enzima corrispondente. Dai test è emerso che, a differenza degli enzimi attuali – ciascuno specializzato in un solo composto – quelli antichi erano molto più versatili. “Un solo enzima poteva produrre diversi tipi di cannabinoidi”, ha sottolineato il ricercatore olandese.
Nuove possibilità per farmaci e ricerca genetica
Questa scoperta apre interessanti prospettive per la farmacologia. L’enzima ancestrale si è rivelato più resistente e flessibile rispetto ai suoi discendenti. Secondo i dati del gruppo di Wageningen, questa caratteristica potrebbe aiutare a creare nuove molecole terapeutiche o a migliorare la produzione industriale di cannabinoidi.
“Quello che una volta sembrava un passo ‘incompleto’ nell’evoluzione ora potrebbe essere molto utile”, ha detto van Velzen, lasciando intendere che la biologia sintetica potrebbe beneficiare di questa maggiore flessibilità. In laboratorio, l’enzima ricostruito ha resistito meglio alle variazioni di temperatura e pH, fattori che spesso limitano l’efficacia degli enzimi moderni.
Uno sguardo sull’evoluzione della cannabis
Il lavoro degli olandesi getta anche nuova luce sull’evoluzione della cannabis. Dallo studio emerge che nelle piante antiche gli enzimi erano meno specializzati ma più adattabili, una strategia che permetteva loro di reagire meglio ai cambiamenti ambientali. Solo con il passare dei millenni – e grazie alla selezione naturale – si è arrivati agli enzimi di oggi, ognuno concentrato su un solo prodotto.
“Abbiamo visto che la specializzazione è un fenomeno recente”, ha aggiunto van Velzen. “In passato, la pianta puntava sulla versatilità”. Un dettaglio che aiuta a capire non solo la storia della cannabis, ma anche come le piante sviluppano nuove funzioni biochimiche.
Cosa ci aspetta e come si potrà usare
Ora il team di Wageningen sta studiando come sfruttare il gene ancestrale in pratica. L’obiettivo è trasferire questa flessibilità agli enzimi moderni, magari con la genetica molecolare. Se i risultati saranno confermati anche su larga scala, si potrebbero aprire nuove strade per produrre cannabinoidi a scopo medico.
La ricerca, finanziata da fondi pubblici olandesi e da alcune aziende biotech, è uno dei primi casi in cui si è riusciti a “resuscitare” un enzima scomparso da milioni di anni. “Siamo solo all’inizio”, ha ammesso van Velzen. “Ma le possibilità sono davvero promettenti”.
Gli autori dello studio sottolineano che serviranno altri test per valutare sicurezza ed efficacia dell’enzima in diversi contesti. Intanto, la comunità scientifica segue con attenzione i prossimi sviluppi. Poter attingere al patrimonio genetico del passato potrebbe rivoluzionare non solo la ricerca sulla cannabis, ma anche altri ambiti della biotecnologia vegetale.
