Ettore Scola: dieci anni dopo, l’eredità di un maestro del cinema

Ettore Scola: dieci anni dopo, l'eredità di un maestro del cinema

Ettore Scola: dieci anni dopo, l'eredità di un maestro del cinema

Giada Liguori

Gennaio 19, 2026

Roma, 19 gennaio 2026 – Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Ettore Scola, avvenuta il 19 gennaio 2016, e il cinema italiano continua a interrogarsi sull’eredità lasciata da uno dei suoi ultimi grandi maestri. Nato a Trevico nel 1931, Scola ha attraversato più di mezzo secolo di storia italiana, raccontando con uno sguardo ironico e partecipe vizi e virtù degli italiani. Il suo nome resta legato indissolubilmente a quella stagione della commedia all’italiana che, tra gli anni Sessanta e Ottanta, ha saputo leggere la società meglio di tanti saggi.

Gli esordi tra satira e grandi amicizie

Il cammino di Scola inizia presto, a soli quindici anni, nella redazione del Marc’Aurelio, storico giornale satirico romano. Qui incontra figure come Ruggero Maccari e un giovane Federico Fellini. “Era un ambiente dove si imparava a ridere delle cose serie”, ricordava Scola in una delle sue ultime interviste. A quegli anni, nel 2013, dedicherà il film “Che strano chiamarsi Federico”, un omaggio all’amico Fellini e a un’epoca irripetibile.

Negli anni Cinquanta si fa le ossa come sceneggiatore per commedie popolari: il debutto ufficiale arriva nel 1953 con “Fermi tutti… arrivo io”, seguito da “Due notti con Cleopatra” e soprattutto “Un americano a Roma”, dove conquista la fiducia di Alberto Sordi. La vera svolta arriva nel 1963, quando Mario Cecchi Gori gli affida la regia di “Se permettete parliamo di donne”. Da lì in poi, il suo nome diventa sinonimo di qualità.

Il cinema che racconta l’Italia

La filmografia di Ettore Scola è un ritratto intenso della società italiana. Dai ritratti duri e senza filtri (“Brutti, sporchi e cattivi” con Nino Manfredi) agli affreschi storici come “Una giornata particolare” (1977), passando per la nostalgia di “C’eravamo tanto amati” (1974) e le riflessioni su famiglia e amicizia in film come “La terrazza” e “La famiglia”. In ogni opera, un tratto comune: uno sguardo disincantato ma mai cinico su un Paese in trasformazione.

“Era capace di colpire al cuore con una battuta”, ha scritto Walter Veltroni, amico e compagno di battaglie politiche. Scola non ha mai abbandonato la satira, nemmeno quando la società sembrava addormentata. Nei suoi film, la solidarietà conviveva con la denuncia dei mali italiani: corruzione, arrivismo, cinismo. Eppure, dietro ogni critica, si percepiva sempre un affetto sincero per la gente comune.

L’eredità nella commedia di oggi

Che cosa resta oggi del cinema di Scola? Per molti critici, la sua lezione vive ancora nei film di autori come Paolo Virzì e Nanni Moretti, capaci di alternare indignazione e sorriso. Allievi dichiarati come Ugo Fabrizio Giordani o Gianfrancesco Lazotti hanno seguito quella strada, mentre persino la gentilezza irriverente di Checco Zalone sembra riprendere alcune sue intuizioni.

Tuttavia, la commedia italiana recente ha smussato i toni della critica sociale. “Oggi si cerca più il consenso che la riflessione”, ha ammesso un regista della nuova generazione durante una tavola rotonda all’Anac. Scola, probabilmente, davanti a questa tendenza avrebbe sorriso con un po’ di amaro.

Un intellettuale tra passato e futuro

Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo lontano dal moralismo: amava le discussioni accese, alle cene della trattoria Otello o nelle riunioni dell’Anac, ma riusciva sempre a stemperare gli animi con la battuta giusta. Non era schiavo del passato: “I giovani mi incuriosiscono più dei miei ricordi”, diceva spesso agli amici.

La sua più grande lezione è stata quella di un intellettuale dentro al suo tempo, capace di usare l’ironia come strumento di coscienza collettiva. Un modo di raccontare che affonda le radici nella tradizione europea – da Molière a Dumas – ma che ha parlato agli italiani di ogni generazione.

Oggi, a dieci anni dalla sua morte, il cinema italiano fatica a trovare figure altrettanto radicate nella realtà sociale e culturale del Paese. Eppure, il filo rosso tracciato da Ettore Scola continua a legare chiunque provi a raccontare l’Italia senza retorica né indulgenza.