Washington, 19 gennaio 2026 – L’idea di una Groenlandia sotto bandiera americana è tornata a far parlare i diplomatici di tutto il mondo. La questione è stata rilanciata da fonti vicine all’amministrazione Trump, riaccendendo il dibattito su un’isola che, pur essendo il più grande territorio autonomo danese, nasconde un tesoro dal valore stimato di 700 miliardi di dollari. Ma il vero bottino, dicono gli esperti, è sotto il ghiaccio: 1,5 milioni di tonnellate di terre rare, fondamentali per la tecnologia globale.
Terre rare e risorse energetiche: la posta in gioco
Diego Toffoli, responsabile investimenti di Intermonte advisory & gestione, ha spiegato a Adnkronos/Labitalia che “il vero tesoro della Groenlandia sono le sue risorse minerarie. Sotto lo strato di ghiaccio si trovano giacimenti di terre rare che potrebbero garantire agli Stati Uniti un vantaggio strategico per i prossimi cinquant’anni”. Queste terre rare sono oggi in gran parte controllate dalla Cina e sono indispensabili per produrre chip, batterie e sistemi di difesa avanzati.
Ma non è solo una questione di minerali. “Al largo delle coste groenlandesi – aggiunge Toffoli – ci sarebbero circa 31 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas”. L’estrazione è ancora limitata da vincoli ambientali e costi alti, ma il potenziale economico è enorme. Per gli Stati Uniti, sottolinea l’esperto, si tratterebbe non di una spesa, ma di un investimento per restare al passo con la tecnologia.
Rotte artiche, il nuovo crocevia globale
Oltre alle risorse, la Groenlandia offre un altro vantaggio strategico: il controllo delle nuove rotte artiche. Con lo scioglimento dei ghiacci, i passaggi a nord stanno diventando il nuovo “Canale di Panama del Nord”, tagliando tempi e costi di trasporto tra Asia ed Europa. “Chi controllerà queste rotte – dice Toffoli – potrà incassare grandi entrate daziarie e logistiche. È una garanzia per la supremazia americana nei prossimi cinquant’anni”.
Il tema non è nuovo. Già nel 2019 l’allora presidente Trump aveva fatto sapere di voler comprare la Groenlandia dalla Danimarca, ma Copenaghen aveva risposto con un netto rifiuto. Oggi, però, la situazione è cambiata: la corsa alle materie prime e le tensioni commerciali tra Stati Uniti, Cina ed Europa hanno riportato il tema al centro dell’agenda mondiale.
Europa e Danimarca, cosa rischiano
Per l’Europa e la Danimarca, la cosa non sarebbe affatto positiva. “Copenaghen – spiega Toffoli – risparmierebbe circa 600 milioni di euro all’anno in sussidi verso la Groenlandia, ma perderebbe il suo ruolo di potenza artica e verrebbe praticamente esclusa dalle decisioni diplomatiche in Nato e nel mondo”. Un prezzo politico molto alto.
Sul fronte economico, la partita si intreccia con le minacce americane di nuovi dazi sui prodotti europei, che potrebbero arrivare fino al 25%. Se l’accordo sulla Groenlandia non dovesse andare in porto e i dazi venissero applicati, si prevede per l’UE una contrazione del PIL tra lo 0,1% e lo 0,2%, con la Germania tra i Paesi più colpiti.
Cosa cambia per i groenlandesi
E per i circa 57.000 abitanti della Groenlandia? L’impatto sarebbe forte. Oggi l’economia locale si regge soprattutto sui sussidi danesi e sulla pesca, che vale il 90% delle esportazioni. “L’arrivo degli Stati Uniti porterebbe una pioggia di investimenti – osserva Toffoli – con grandi opere infrastrutturali come aeroporti, porti e reti digitali”. Un cambiamento radicale: “Il modello economico attuale verrebbe completamente rivoluzionato dall’industria mineraria”.
Non mancano però i timori, soprattutto sul piano sociale e ambientale. A Nuuk, la capitale, il dibattito resta acceso: c’è chi teme di perdere l’identità locale e chi invece vede nelle nuove opportunità una possibilità di crescita.
Il futuro della Groenlandia resta un’incognita
Per ora si parla solo di ipotesi. Nessuna trattativa ufficiale è stata avviata tra Washington e Copenaghen. Ma la partita sulla Groenlandia – con le sue terre rare, le rotte artiche e il peso geopolitico – è destinata a restare al centro delle tensioni internazionali nei prossimi mesi. “Il valore strategico dell’isola – conclude Toffoli – è enorme. Solo il tempo dirà se resterà danese o diventerà davvero americana”.
