Milano, 19 gennaio 2026 – Due varianti genetiche sembrano fare la differenza nella protezione dall’Alzheimer per gli over-80 che conservano una mente sorprendentemente lucida, i cosiddetti “super anziani”. Lo rivela uno studio internazionale pubblicato su Alzheimer’s & Dementia, guidato dal Vanderbilt University Medical Center negli Stati Uniti, con la partecipazione di oltre 18.000 anziani in otto Paesi. I ricercatori hanno scoperto che in questi soggetti c’è meno presenza del gene legato al rischio di Alzheimer e, al contrario, una maggiore frequenza di una variante protettiva.
Super anziani e Alzheimer: cosa dice la ricerca
Gli autori spiegano che i super anziani – persone sopra gli 80 anni con capacità mentali paragonabili a quelle di chi è molto più giovane – hanno il 68% di probabilità in meno di avere la variante genetica APOE-epsilon 4, nota per aumentare il rischio di Alzheimer tardivo, rispetto a chi della stessa età è già malato. Anche rispetto agli anziani cognitivamente normali, la presenza di questa variante è più bassa del 19%.
“Con l’interesse crescente verso i super anziani, questi dati rafforzano l’idea che studiarli possa aiutare a scoprire i meccanismi di resilienza all’Alzheimer”, ha detto Leslie Gaynor, prima autrice dello studio e ricercatrice al Vanderbilt University Medical Center. La ricerca, che ha coinvolto centri specializzati negli Stati Uniti, Europa e Asia, ha incrociato dati e campioni per arrivare a queste conclusioni.
La variante protettiva: APOE-epsilon 2
Non basta non avere la variante a rischio. I super anziani mostrano anche una maggiore probabilità di portare la variante APOE-epsilon 2, riconosciuta come un fattore che protegge dalla malattia. In particolare, la presenza di APOE-epsilon 2 è risultata più alta del 28% rispetto agli anziani cognitivamente normali e addirittura del 103% rispetto a chi già soffre di Alzheimer.
Gli scienziati hanno analizzato il DNA raccolto in otto Paesi diversi, tra cui Stati Uniti, Italia, Francia e Giappone, cercando differenze genetiche che spieghino la forte resistenza al declino mentale tipico dell’età avanzata. “La genetica conta, ma non è tutto”, ha chiarito Gaynor. “Stile di vita, dieta e fattori ambientali vanno ancora studiati”.
Cosa cambia per la ricerca sull’Alzheimer
Queste due varianti genetiche aprono nuove strade per prevenire e curare l’Alzheimer. I ricercatori ritengono che capire come APOE influisce sulla salute del cervello possa portare a terapie più mirate o a strategie personalizzate per ridurre il rischio di demenza tra gli anziani.
Al momento non ci sono test di routine per scoprire queste varianti, ma in futuro la mappatura genetica potrebbe aiutare a valutare il rischio individuale. “Non è un destino segnato dal DNA”, ha precisato Gaynor. “Avere o meno una variante non significa essere condannati o immuni, ma conoscere il proprio profilo può indirizzare meglio la ricerca”.
Chi sono i super anziani e perché contano
Il termine “super anziani” indica quel gruppo di over-80 che mantengono memoria, attenzione e capacità decisionali quasi intatte, come se fossero molto più giovani. Secondo il Vanderbilt University Medical Center, rappresentano circa il 10% degli ultraottantenni. La loro esistenza solleva domande ancora aperte sui segreti della longevità mentale.
Negli ultimi anni, centri come l’Università di Chicago e l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano hanno avviato studi su questo gruppo, cercando di capire se ci sono fattori comuni oltre alla genetica: abitudini alimentari, attività fisica, legami sociali forti. “Solo così potremo davvero parlare di prevenzione”, ha detto un neurologo milanese coinvolto nella ricerca.
Per ora, la scoperta delle varianti APOE nei super anziani è un passo avanti nella comprensione di come il cervello può difendersi dall’invecchiamento patologico. Un pezzo importante di un puzzle che coinvolge milioni di famiglie in Italia e nel mondo.
