Il costo sorprendente del salvataggio dell’ex Ilva: 3,6 miliardi di euro

Il costo sorprendente del salvataggio dell'ex Ilva: 3,6 miliardi di euro

Il costo sorprendente del salvataggio dell'ex Ilva: 3,6 miliardi di euro

Matteo Rigamonti

Gennaio 20, 2026

Taranto, 20 gennaio 2026 – Il salvataggio pubblico dell’ex Ilva ha superato quota 3,6 miliardi di euro in tredici anni, stando a una ricostruzione dettagliata de Il Sole 24 Ore. Dal 2012, anno in cui lo stabilimento di Taranto fu sequestrato per violazioni ambientali e si chiuse l’era Riva, tutti i governi italiani, senza distinzioni di partito, hanno continuato a mettere soldi sul tavolo per sostenere il gigante dell’acciaio, oggi chiamato Acciaierie d’Italia. Oggi la Camera si prepara a votare l’ennesimo decreto “salva-Ilva”, mentre Bruxelles lancia un avvertimento chiaro: questa deve essere l’ultima volta.

Aiuti pubblici e costi sociali: una lunga storia di interventi

La sottosegretaria alle Imprese e al Made in Italy, Fausta Bergamotto, ha tracciato un primo bilancio ufficiale il 24 gennaio 2025, rispondendo a un’interrogazione urgente del deputato Angelo Bonelli (Avs). Dal 2012 a oggi, l’ex Ilva ha incassato 600 milioni per necessità finanziarie immediate, 400 milioni per l’ingresso di Invitalia nel capitale di AM InvestCo Italy, 680 milioni come finanziamento soci da Invitalia nel 2023, 320 milioni sotto forma di prestito a condizioni di mercato e altri 250 milioni per garantire la produzione. A questi si aggiungono 200 milioni stanziati con il decreto legge 92/2025.

Non è finita qui. Le banche hanno concesso altri 400 milioni, garantiti dal Ministero dell’Economia. Anche se si tratta di fondi privati, senza il sostegno dello Stato non sarebbero mai arrivati. Nel complesso, tra aiuti diretti e indiretti, si supera così la soglia dei 2,8 miliardi di euro.

Assonime alza la cifra: cassa integrazione e indotto pesano molto

Un’analisi di Assonime porta il conto ancora più in alto. Vanno messi in conto 220 milioni di finanziamenti SACE (controllata dal Mef), 10 milioni di contributi a fondo perduto per l’indotto nel 2024, aumentati di altri 4 milioni fino al 2028, circa 10 milioni per compensi ai commissari straordinari e 3,5 milioni per consulenze tra marzo e maggio 2024. Ma la voce più pesante è quella della cassa integrazione: almeno 750 milioni di euro in dieci anni, calcolando una media di 3.000 lavoratori con integrazione salariale al 70%.

Mettendo tutto insieme, il totale supera i 3,4 miliardi. “È una cifra che racconta le difficoltà strutturali del settore”, ha detto un dirigente Assonime che segue la vicenda da anni. Nonostante tutto, il governo continua a puntare sulla continuità produttiva e occupazionale.

L’ultimo decreto “salva-Ilva” e il richiamo di Bruxelles

Con il nuovo decreto che oggi arriva all’ultimo voto alla Camera, il conto sale a 3,6 miliardi. Il provvedimento prevede un prestito statale fino a 149 milioni, da restituire entro sei mesi. I soldi arriveranno da due fonti: 130 milioni tagliando crediti d’imposta destinati alla microelettronica e 19 milioni dai fondi di riserva del Ministero dell’Economia.

Ma la Commissione europea ha fatto sapere chiaramente: “Questo deve essere l’ultimo aiuto”. Bruxelles ha chiesto e ottenuto l’eliminazione dal decreto del riconoscimento retroattivo delle agevolazioni per le industrie energivore. “Non possiamo andare avanti così all’infinito”, ha commentato un funzionario Ue vicino alla questione.

La trattativa con Flacks Group: un’offerta simbolica, ma tanti posti da salvare

Il decreto è l’ultima carta del governo Meloni per tenere in piedi la produzione in attesa di vendere gli asset. La sottosegretaria Bergamotto ha spiegato che la trattativa in esclusiva con il fondo americano Flacks Group parte da un’offerta quasi simbolica: “Un euro per gli asset”, ha detto in audizione. L’investimento iniziale previsto è di 500 milioni, divisi in un aumento di capitale da 250 milioni e altrettanti destinati al capitale circolante.

Sul fronte lavoro, si punta a salvare circa 6mila posti, meno degli 8.500 ipotizzati all’inizio. “Quel numero potrà essere raggiunto solo in una seconda fase”, ha ammesso Bergamotto. Nel frattempo, a Taranto e negli altri stabilimenti, cresce l’attesa. “Non sappiamo cosa succederà domani”, ha confidato un operaio all’ingresso dello stabilimento alle sette del mattino.

Un futuro incerto per l’acciaio made in Italy

Dopo tredici anni e miliardi spesi, il destino dell’ex Ilva è ancora appeso a un filo. Il governo cerca una strada definitiva che metta insieme lavoro, ambiente e rilancio industriale. Ma il cammino è ancora lungo. E costoso.