Santiago del Cile, 23 gennaio 2026 – Tre persone sono state fermate nelle ultime ore dalla Procura cilena con l’accusa di aver scatenato gli incendi boschivi che da fine settimana stanno devastando il sud del Paese. Tra i fermati c’è un uomo di 39 anni, già noto alle forze dell’ordine, considerato il principale sospettato di aver innescato il rogo più mortale nella regione del Bío Bío. A confermarlo è la procuratrice regionale Marcela Cartagena, che parla di “responsabilità diretta” nell’accensione delle fiamme.
Incendi ancora attivi e un bilancio pesante
Mentre le indagini vanno avanti, i pompieri cileni combattono contro almeno 18 focolai ancora vivi nelle regioni di Araucanía, Ñuble e Bío Bío. Il bilancio, dicono le autorità, è drammatico: almeno 21 morti e più di 20.000 persone colpite in vari modi dalla tragedia. Case rase al suolo, interi villaggi evacuati in fretta, strade bloccate da fumo e cenere. Le immagini che arrivano da città come Concepción e Los Ángeles raccontano di tetti anneriti, alberi carbonizzati e famiglie costrette a scappare con poche valigie.
Incendi dolosi? La rabbia della gente
La gente del posto, scossa e arrabbiata, punta il dito senza dubbi: questi incendi sono dolosi. “Non può essere solo colpa del caldo o della sfortuna”, dice un residente di Santa Juana, una delle zone più colpite. “Qualcuno voleva tutto questo”. Le autorità, dal canto loro, non escludono la pista criminale: il fatto che ci siano più focolai sparsi e la rapidità con cui le fiamme si sono diffuse fanno pensare a un disegno preciso. “Stiamo lavorando per accertare ogni responsabilità”, conferma la procuratrice Cartagena.
Un ricordo doloroso: gli incendi del 2014
Questo episodio riporta alla mente la tragedia di febbraio 2014, quando una serie di incendi distrusse i dintorni di Viña del Mar, a circa 110 km da Santiago. Allora morirono 138 persone, il peggior bilancio mai registrato in Cile per un evento simile. Le indagini portarono all’arresto di nove persone, tra cui vigili del fuoco e membri delle brigate forestali, accusati di aver appiccato il fuoco con ordigni incendiari per creare emergenze su larga scala. Un trauma che il Paese non ha mai dimenticato.
Sul campo la lotta continua
La situazione resta critica. I pompieri, aiutati da volontari e militari, lavorano senza sosta per fermare i fronti più pericolosi. Le temperature alte – ieri a Chillán si sono toccati i 36 gradi – e il vento forte rendono tutto più difficile. In alcune zone manca l’acqua potabile, in altre è saltata la corrente da giorni. “Non abbiamo mai visto niente di simile”, racconta un vigile del fuoco di Temuco. “Ogni volta che spegniamo un fuoco, ne scoppia un altro”.
Indagini aperte e attesa per nuove mosse
Le autorità cilene assicurano che le indagini andranno avanti senza sosta per scoprire tutte le responsabilità. La procura non esclude nuovi arresti nelle prossime ore. Intanto cresce la pressione sul governo di Gabriel Boric: la gente chiede risposte veloci e misure concrete per evitare altre catastrofi. “Serve più controllo sul territorio”, ha detto un sindaco della regione del Bío Bío.
Il Paese resta con il fiato sospeso, tra la paura che le fiamme riprendano forza e la speranza che la giustizia faccia finalmente chiarezza su quanto accaduto.
