Il mistero delle stelle vagabonde blu svelato dopo 70 anni

Il mistero delle stelle vagabonde blu svelato dopo 70 anni

Il mistero delle stelle vagabonde blu svelato dopo 70 anni

Matteo Rigamonti

Gennaio 23, 2026

Bologna, 23 gennaio 2026 – Dopo più di settanta anni di mistero, un gruppo di ricercatori italiani ha finalmente fatto luce sull’origine delle cosiddette “stelle vagabonde blu”. Questi corpi celesti hanno da sempre catturato l’attenzione degli scienziati per la loro luminosità e per la sorprendente giovinezza rispetto alle stelle che li circondano. Il risultato, pubblicato su Nature Communications, arriva da uno studio guidato dall’Università di Bologna e dall’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), che ha analizzato il più grande campione mai raccolto: oltre 3.400 stelle osservate in 48 ammassi della Via Lattea.

Il mistero delle stelle vagabonde blu che dura da settant’anni

Le vagabonde blu furono scoperte nel 1953 e da allora la loro origine ha acceso dibattiti. Due sono le ipotesi più accreditate: o nascono da collisioni tra stelle, oppure sono il frutto dell’evoluzione di sistemi binari—cioè coppie di stelle legate dalla forza di gravità. “I nostri dati mostrano che queste stelle sono il naturale risultato della vita di sistemi binari che riescono a durare nel tempo”, spiega Francesco Ferraro, professore all’Università di Bologna e primo autore dello studio.

Un’indagine senza precedenti con il telescopio Hubble

Per arrivare a queste conclusioni, il team ha messo a frutto una lunga campagna di osservazioni con il telescopio spaziale Hubble. Grazie allo studio nell’ultravioletto, sono stati analizzati 48 ammassi stellari, raccogliendo dati su più di 3.400 vagabonde blu. È il censimento più vasto fatto finora su queste stelle. “Il quadro che emerge è chiaro: è l’ambiente che decide quali stelle possono sopravvivere ed evolversi. Le vagabonde blu sono la prova di questi processi”, aggiunge Ferraro.

Dove si trovano le stelle vagabonde? Il ruolo dell’ambiente

Una delle sorprese più grandi riguarda la distribuzione delle vagabonde blu nei vari ammassi. Contrariamente a quanto si poteva pensare, non sono più numerose dove le stelle sono più fitte. Anzi, si trovano soprattutto in ambienti meno popolati, dove le collisioni tra stelle sono rare. “Negli ammassi più densi, le coppie di stelle vengono spesso distrutte dalle interazioni gravitazionali”, spiega ancora Ferraro. Al contrario, nei luoghi più tranquilli i sistemi binari riescono a sopravvivere e a trasformarsi in vagabonde blu.

Un pezzo importante per capire l’evoluzione delle stelle

Questa scoperta apre una nuova finestra sulla vita delle stelle negli ammassi della Via Lattea. Le vagabonde blu sono come dei “fossili viventi” che raccontano la storia dei sistemi binari. La loro presenza, o la loro mancanza, dice molto sulle condizioni fisiche e dinamiche dell’ammasso. “Solo così si capisce quanto conta l’ambiente per la sopravvivenza delle stelle”, ha detto uno dei ricercatori durante la conferenza stampa a Bologna.

Cosa ci aspetta adesso: nuovi studi e domande aperte

Il lavoro su Nature Communications è un punto di partenza importante per capire le vagabonde blu, ma lascia anche molte domande aperte. I ricercatori vogliono ora allargare lo studio ad altre galassie e a zone ancora poco esplorate della nostra. L’obiettivo è capire se questo meccanismo vale anche fuori dalla Via Lattea. “Finalmente abbiamo una risposta solida a un enigma che durava da decenni”, ammette Ferraro, “ma la ricerca continua”.

Intanto questa scoperta conferma il ruolo di primo piano della ricerca italiana nell’astrofisica mondiale e sottolinea quanto siano fondamentali le grandi campagne di osservazione per svelare i segreti dell’Universo.