Pensione: il rischio di dover lavorare 3 mesi in più dal 2029

Pensione: il rischio di dover lavorare 3 mesi in più dal 2029

Pensione: il rischio di dover lavorare 3 mesi in più dal 2029

Matteo Rigamonti

Gennaio 23, 2026

Roma, 23 gennaio 2026 – Dal 2029, per andare in pensione in Italia potrebbe servire qualche mese in più rispetto a quanto stabilito finora. L’ultimo aggiornamento del Rapporto della Ragioneria dello Stato sulle prospettive del sistema pensionistico e socio-sanitario, anticipato oggi dal Sole 24 Ore, parla chiaro: si rischia un aumento di tre mesi nei requisiti anagrafici e contributivi per la pensione ordinaria e anticipata, con effetti concreti già a partire dal biennio 2029-2030.

Vecchiaia a 67 anni e mezzo: il traguardo si sposta

Le tabelle del rapporto mostrano che l’età minima per la pensione di vecchiaia potrebbe salire a 67 anni e 6 mesi tra il 2029 e il 2030. Tre mesi in più rispetto a oggi, quando la soglia è ferma a 67 anni. Nel precedente aggiornamento del 2025 si parlava di un aumento di soli due mesi. Ora la previsione si fa più severa, riflettendo il cambiamento demografico del Paese: la popolazione invecchia, la speranza di vita cresce e il sistema pensionistico si adegua di conseguenza.

Come si legge nel rapporto, “gli adeguamenti applicati saranno quelli accertati dall’Istat a consuntivo”, cioè basati sui dati reali che emergeranno nei prossimi anni. Non è una decisione definitiva, ma una stima aggiornata che tiene conto delle ultime proiezioni sulla longevità degli italiani.

Pensione anticipata, i contributi salgono a 43 anni e 4 mesi

Non cambia solo l’età anagrafica. Anche i requisiti contributivi per la pensione anticipata sono destinati a crescere. Secondo il documento, dal 2029 serviranno 43 anni e 4 mesi di contributi per gli uomini (un anno in meno per le donne) per lasciare il lavoro prima della pensione di vecchiaia. Oggi la soglia è di 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. L’aumento previsto è di quattro mesi e segue lo stesso principio legato all’aumento della speranza di vita.

Il meccanismo, introdotto dalla legge Fornero nel 2011, prevede una revisione biennale dei requisiti sulla base dei dati Istat. Se la speranza di vita cresce, l’età per andare in pensione si sposta in avanti. Un sistema automatico che ha già portato a diversi ritocchi negli ultimi anni.

Perché si alzano i requisiti? Demografia e conti pubblici

Dietro queste nuove previsioni c’è un dato ormai chiaro a tutti: l’invecchiamento della popolazione italiana. L’Istat conferma che gli over 65 sono sempre di più, mentre i nuovi nati restano pochi. Questo squilibrio mette sotto pressione il sistema pensionistico, che deve garantire le pensioni a un numero crescente di anziani con meno lavoratori che pagano i contributi.

La Ragioneria dello Stato ribadisce che questi aggiustamenti sono necessari per mantenere la sostenibilità finanziaria del sistema nel medio e lungo termine. “Si tratta di una misura tecnica – spiegano fonti vicine al dossier – che tiene conto dell’evoluzione demografica e delle regole già in vigore”.

Le reazioni: sindacati allarmati, governo attende

La notizia di un nuovo aumento dei requisiti ha subito acceso il dibattito. I sindacati mostrano preoccupazione, soprattutto per i più giovani e per chi fa lavori pesanti. “Non si può continuare a spostare avanti l’età pensionabile senza guardare alle condizioni reali dei lavoratori”, ha detto Roberto Ghiselli della Cgil. Il governo, invece, resta prudente: “Aspetteremo i dati definitivi dell’Istat prima di prendere qualsiasi decisione”, ha spiegato una fonte del Ministero del Lavoro.

Cosa succede adesso: si attende l’Istat

Al momento si parla di stime tecniche, che potrebbero cambiare nei prossimi anni. Solo quando l’Istat ufficializzerà i nuovi dati sulla speranza di vita, tra il 2027 e il 2028, il governo potrà fissare con certezza i nuovi requisiti. Nel frattempo, lavoratori e futuri pensionati dovranno fare i conti con un quadro in continuo movimento, dove anche pochi mesi possono fare la differenza.