Davos: il futuro del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale in discussione

Davos: il futuro del lavoro nell'era dell'intelligenza artificiale in discussione

Davos: il futuro del lavoro nell'era dell'intelligenza artificiale in discussione

Giada Liguori

Gennaio 25, 2026

Davos, 25 gennaio 2026 – Si è chiuso ieri il Forum economico mondiale dopo una settimana segnata da tensioni geopolitiche e grande attenzione sulla politica americana. Il messaggio più forte? L’intelligenza artificiale sta per rivoluzionare il lavoro così come lo conosciamo. Secondo chi guida l’iniziativa “Reskilling Revolution”, questo cambiamento potrebbe coinvolgere un miliardo di persone nel prossimo decennio. Ma tra speranze di nuovi posti e timori di licenziamenti, il dibattito è più acceso che mai.

Intelligenza artificiale, il nodo della formazione

Nel cuore di Davos, tra vette innevate e sale piene di manager e politici, la parola chiave è stata una sola: cambiamento. Saadia Zahidi, managing director del Wef, non ha usato giri di parole: “È la trasformazione più importante degli ultimi decenni”. Ma ha subito aggiunto che il futuro del lavoro non è scritto. Dipenderà “dalle opportunità di formazione e dal sostegno per chi deve affrontare la transizione”.

Il Wef punta a formare milioni di persone sulle competenze digitali e sull’uso dell’IA, coinvolgendo grandi aziende come Adobe, Cisco, SAP e Salesforce. Un progetto ambizioso nato anche dalla preoccupazione crescente: uno studio presentato al Forum prevede che entro il 2030 potrebbero sparire fino a 92 milioni di posti di lavoro in tutto il mondo.

Nuovi lavori o tsunami in arrivo?

Jensen Huang, ceo di Nvidia, ha provato a tranquillizzare il pubblico. “Sì, alcuni lavori spariranno, ma ne nasceranno altri”, ha detto in uno dei panel più seguiti. Per lui ci saranno opportunità soprattutto nell’energia, nei chip e nelle infrastrutture. “Jobs, jobs, jobs”, ha ripetuto tra un incontro e l’altro. Ma non tutti la pensano così.

Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale, ha usato toni più cauti: “Nei prossimi anni, nelle economie avanzate, il 60% dei lavori sarà toccato dall’IA. Alcuni verranno potenziati, altri cambiati o eliminati”. Nel resto del mondo la percentuale scende al 40%, ma resta comunque un impatto enorme. Georgieva ha messo in guardia su due punti: i lavori eliminati dall’IA sono spesso quelli di ingresso, rendendo più difficile ai giovani entrare nel mercato; e i posti non automatizzati rischiano di essere pagati meno. “La classe media potrebbe essere schiacciata”, ha ammesso.

Sindacati e imprese, due visioni opposte

Sul fronte sindacale la preoccupazione è palpabile. Christy Hoffmann, segretario generale della federazione Uni Global Union, ha detto che “l’IA viene spesso presentata come uno strumento per aumentare la produttività, che in pratica significa fare di più con meno lavoratori”. Il timore è che molte aziende usino questa scusa per tagliare il personale.

Matthew Prince, ceo della società di cybersecurity Cloudflare, ha aggiunto un altro punto: secondo lui l’IA potrebbe rafforzare le grandi aziende a discapito delle piccole imprese. “Gli acquisti dei consumatori saranno sempre più affidati ad agenti autonomi”, ha spiegato. Una prospettiva che potrebbe cambiare profondamente il tessuto produttivo.

Il valore ritrovato dei mestieri manuali

Tra le voci fuori dal coro c’è Alex Karp, co-fondatore e ceo di Palantir. Karp ha detto che i mestieri manuali – dal sarto all’idraulico – potrebbero guadagnare nuovo valore in un mondo dominato dall’IA. “La rivoluzione travolgerà i colletti bianchi”, ha detto senza mezzi termini. Nei prossimi tre anni, ha spiegato, emergerà con chiarezza il vero valore di ogni professione: “Chi fa il lavoro X dovrebbe fare anche il lavoro Y”.

Una rivoluzione ancora tutta da scrivere

Il Forum economico mondiale si è chiuso senza risposte chiare. Tra i delegati resta la sensazione che la vera rivoluzione dell’intelligenza artificiale sia appena agli inizi. E che il suo impatto sul lavoro dipenderà dalle scelte politiche e da quanto si investirà nella formazione. Per ora restano promesse – e paure – raccolte sulle strade ancora innevate di Davos.